di Giuseppe Gagliano –
Mentre gli Stati Uniti si preparano a revocare, entro il 3 agosto, lo status di protezione temporanea (TPS) per oltre mezzo milione di cittadini haitiani, le frontiere settentrionali del continente americano si riempiono di speranza e disperazione. Sempre più migranti haitiani varcano il confine tra USA e Canada, con il valico di Saint-Bernard-de-Lacolle, in Quebec, diventato simbolo della nuova ondata di richieste d’asilo. Un aumento del 226% rispetto all’anno scorso, e il flusso non accenna a rallentare.
A differenza di altre emergenze migratorie, qui non è lo Stato canadese a muoversi per primo, ma la comunità haitiana di Montreal, che assume su di sé il peso dell’accoglienza. Case rifugio, corsi di lingua, assistenza legale, supporto psicologico: la risposta della diaspora si struttura in reti solidali che suppliscono ai vuoti della politica.
Il vertice delle Giornate Internazionali della Diaspora Haitiana (JIDH), svoltosi dall’11 al 13 aprile, ha rafforzato questo fronte comunitario. Lontano dalle retoriche ufficiali, il co-fondatore Pierre Gerald Jean ha lanciato un messaggio chiaro: la responsabilità morale e politica di accogliere i rifugiati ricade anche sugli haitiani già integrati. “Non basta chiedere al Canada cosa farà per noi. Dobbiamo chiederci cosa faremo noi per i nostri fratelli”, ha detto.
Una petizione firmata dal poeta e accademico haitiano Bathelemy Bolivar chiede che Ottawa accolga almeno 30mila rifugiati haitiani in arrivo dagli USA. “Se il Canada ha ospitato 44mila siriani e oltre 100mila ucraini”, si legge nel testo, “ora è il momento di aprire le porte anche a Haiti, colpita da una crisi senza precedenti”. Una crisi che non nasce solo da terremoti e gang armate, ma anche da una lunga storia di ingerenze esterne, disastri umanitari mal gestiti e dipendenze economiche imposte.
Il governo canadese resta prudente. Gli Stati Uniti, con il ritorno alla linea dura sotto l’amministrazione Trump, alzano muri giuridici più che fisici. E Haiti, incapace di garantire condizioni minime di sicurezza, si svuota silenziosamente.
Così Montreal diventa un microcosmo geopolitico dove si gioca la credibilità della solidarietà internazionale. Tra chi arriva senza nulla e chi accoglie con quel poco che ha, emerge un modello di resistenza civica. Non un’emergenza da contenere, ma un atto collettivo di giustizia e memoria.
“La nostra forza è l’unità”, ha concluso Pierre Gerald Jean. È anche l’ultima speranza per centinaia di migliaia di haitiani in fuga da un mondo che li ha prima sfruttati e poi abbandonati.




