di Giuseppe Gagliano –
In un’altra delle sue mosse spettacolari, e per molti versi provocatorie, Donald Trump ha trasformato una questione di sicurezza nazionale in un’operazione politica di potenziale rottura continentale. Il presidente statunitense ha infatti dichiarato che il Canada potrà accedere gratuitamente al sistema antimissilistico Golden Dome solo a condizione di diventare il 51esimo Stato degli Stati Uniti. Altrimenti, il prezzo sarà di 61 miliardi di dollari. Una proposta che oscilla tra l’offerta d’acquisto e l’ultimatum geopolitico.
L’annuncio è arrivato tramite Truth Social, la piattaforma personale del tycoon, e ha scatenato reazioni su entrambi i lati del confine. Trump ha scritto che Ottawa “vuole molto far parte del nostro favoloso sistema Golden Dome”, precisando che “ZERO DOLLARI” è il costo “se diventano il nostro amato 51esimo Stato”. Il tono ironico cela però una strategia ben precisa: legare la sicurezza militare nordamericana alla sottomissione politica.
Il momento scelto da Trump per l’annuncio è tutt’altro che casuale. Poche ore prima, il re Carlo III aveva tenuto un raro discorso al parlamento canadese, rivendicando la sovranità del Paese in un’epoca di “pericoli e incertezze”. Il messaggio implicito era chiaro: il Canada può difendere i propri interessi senza dover dipendere da potenze straniere.
Una posizione ribadita anche dal primo ministro Mark Carney, che ha affermato che Ottawa “non sarà mai in vendita”, pur confermando colloqui di alto livello con Washington sul Golden Dome. Carney punta a rafforzare i legami con il programma europeo ReArm e ridurre la dipendenza strategica dagli USA, ma l’offensiva trumpiana mira esattamente al contrario: trasformare il Canada in un satellite militare statunitense o, in alternativa, imporre un pesante tributo economico.
Annunciato il 20 maggio, il Golden Dome è il progetto più ambizioso della nuova amministrazione Trump: un sistema antimissilistico spaziale da 175 miliardi di dollari, ispirato all’Iron Dome israeliano ma potenziato per affrontare minacce a lungo raggio, come i missili balistici e ipersonici provenienti da Russia, Cina o Corea del Nord. Il sistema dovrebbe essere operativo entro il 2029, anche se molti esperti del settore ne mettono in dubbio sia la fattibilità tecnica che il budget previsto.
Finanziato inizialmente con 25 miliardi di dollari attraverso il cosiddetto Big, Beautiful Bill, un gigantesco disegno di legge fiscale e militare già passato di misura alla Camera, il progetto è accompagnato da tagli alle spese sociali (Medicaid, sussidi alimentari) e da una retorica nazionalista sempre più marcata.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Cina, Russia e Corea del Nord hanno denunciato il progetto come un atto destabilizzante. Pechino ha avvertito che il Golden Dome “aumenta il rischio di militarizzazione dello spazio”, Mosca lo ha definito una minaccia alla “stabilità strategica” globale, e Pyongyang ha parlato apertamente di “guerra orbitale”. Tutti e tre i governi condividono la stessa accusa: gli Stati Uniti vogliono dominare lo spazio come nuova frontiera dell’egemonia militare.
Secondo la portavoce del ministero russo degli Esteri, Maria Zakharova, il progetto includerebbe anche “mezzi di distruzione pre-lancio”, ovvero la capacità di colpire missili nemici prima ancora che vengano lanciati, configurando una forma di prevenzione armata globale.
Nella visione di Trump, il Golden Dome non è soltanto un’infrastruttura tecnologica, ma un dispositivo politico di pressione. O si accetta il prezzo imposto, oppure si aderisce al modello statunitense. E se un alleato come il Canada può essere messo davanti a un ricatto del genere, cosa resta per Paesi più piccoli o meno integrati nel sistema di difesa USA?
Le parole del re britannico e le risposte di Carney, in questo contesto, suonano come richiami a un’identità nazionale minacciata non tanto da attori ostili, quanto da un alleato ingombrante. Il rischio non è solo quello di militarizzare lo spazio, ma di ridurre le relazioni internazionali a relazioni contrattuali tra centro imperiale e province potenziali.




