di Enrico Oliari –

Il caso dei due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, continua sempre più a manifestarsi come uno scontro diplomatico fra l’Italia e l’India.

I due erano stati arrestati un anno fa con l’accusa di omicidio volontario (art. 302 del codice penale indiano), di tentato omicidio, di azioni dannose e di associazione per delinquere in quanto avevano sparato a due pescatori mentre si avvicinavano con la loro imbarcazione in modo sospetto alla nave su cui erano di scorta, la Enrica Lexie.

Subito era iniziato un contenzioso fra l’Italia e (incredibile a dirsi), non Nuova Delhi, bensì lo stato regionale del Kerala; anche le sedute delle varie corti tenute a deliberare sulla competenza giurisdizionale, venivano di continuo procrastinate per le varie festività indù, per cui i due erano tenuti in stato di fermo in India; arrivati  in Italia con l’ultimo permesso per motivi elettorali, sono stati autorizzati dal Governo italiano a non fare ritorno nel paese orientale, in quanto, come ha da subito spiegato il ministro Terzi, “La giurisdizione è italiana. Siamo disponibili a trovare soluzioni con l’India in sede internazionale, ma intanto i nostri marò restano in Italia”.

Alla notizia del mancato rientro dei due militari l’India (forse più per motivi mediatici interni) ha fatto il diavolo a quattro, arrivando a intimare all’ambasciatore Daniele Mancini (che è accreditato anche in Nepal) di non lasciare il paese e persino ad informarlo che, avendo lui firmato una sorta di garanzia sul rientro dei due marò a nome dell’Italia, l’immunità diplomatica verrebbe sospesa per “oltraggio alla Corte”, con tanto di rischio di reclusione.

Secondo l’emittente Times Now Tv, che ha trasmesso un approfondimento sul tema ed ha citato proprie “fonti”, l’ambasciatore non si presenterebbe qualora venisse convocato dai giudici, mentre gli avvocati sosterrebbero una difesa basata su quattro aspetti principali, ovvero “l’assoluta inviolabilità dell’immunità diplomatica” dell’ambasciatore Mancini, il fatto che “nessuno ha gli strumenti per procedere contro l’ambasciatore”, che Mancini “non ha alcuna responsabilità personale” nella vicenda poiché “è stato unicamente il firmatario della garanzia solo in quanto rappresentante del governo italiano in India” e che “la questione può essere risolta unicamente con un dialogo fra i governi”.

Oggi nuovo colpo di scena nella vicenda: il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin, ha rilevato che esiste “effettivamente un conflitto di giurisdizioni” sulla questione dei marò, anche se “noi ci atteniamo alle direttive che ci provengono dalla Corte Suprema”.

Per quanto riguarda Mancini, “Ci muoviamo in un terreno molto delicato – ha spiegato Akbaruddin – e devo ricorrere al proverbio che dice ‘vediamo come attraversare il ponte quando vi arriveremo’; non abbiamo al momento ricevuto alcuna richiesta in questo senso”.

Forse dietro al mancato rientro dei due marò potrebbe esserci una sorta di accordo fra Italia ed India, magari connesso in qualche maniera alla chiusura del contratto di fornitura dei dodici elicotteri AgustaWestland per via dell’accusa di un giro di tangenti versato dall’ex amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, mentre lo stracciarsi le vesti da parte delle autorità indiane potrebbe essere letto nel quadro della comunicazione mediatica interna. Il dato è matematico: o l’accidentale uccisione dei due pescatori è avvenuta in acque internazionali, o è avvenuta in acque territoriali e basta accedere ad internet per sapere dove si trova una nave, a quale giorno ed a quale ora.