di Guido Keller –
Nella Turchia del dopo golpe, dove non si contano più gli arresti di militari e giornalisti, dove decine di migliaia di ministeriali, di insegnanti e di professori universitari sono stati mandati a casa e dove vengono chiusi i giornali e i sindacati solo perché oppositori del presidente Recep Tayyp Erdogan, c’è anche chi si chiede come mai i leader europei non sono giunti in Turchia per dare solidarietà al regime: si tratta di Omer Celik, ministro per gli Affari europei e capo negoziatore con l’Unione Europea per l’attivazione degli accordi che prevedono di trattenere i migranti provenienti da Siria, Afganistan e Iraq entro i confini turchi in cambio di 6 miliardi di euro (500 milioni la parte dell’Italia), la sospensione dei visti per i cittadini turchi e soprattutto il riavvio dei processi di adesione alla Casa comune.
Parlando di “solidarietà tiepida”, ha affermato che “Alcuni dei nostri amici europei pensano che il tentato colpo di stato sia un gioco dei Pokemon. Dovrebbero venire in Turchia e vedere cosa è in realtà la minaccia”. “Se la questione fosse stata l’immigrazione – ha aggiunto – sarebbero venuti ad Ankara in fila in un paio di giorni”.
Forse Celik finge di non sapere che i principi su cui si fonda l’Unione Europea sono in antitesi con il labile concetto di diritti civili che alberga in Turchia, paese dove la costituzione laica di Ataturk viene rosicchiata ogni giorno per dare spazio ai confessionalismi, dove pochi giorni fa la Corte di Istanbul ha sostanzialmente abolito il reato di pedofilia (per la questione delle spose-bambine) e paese da dove sono transitati decine di migliaia di foreign fighter diretti a ingrossare le fila dell’Isis.
Le notizie delle ultime ore danno almeno tre mesi di stato d’emergenza, il fermo di polizia portato da due giorni a un mese, ed il nipote dell’imam Fehullah Gulen, Muhammet Sait Gulen, arrestato non si sa ancora bene perché. Presso la provincia di Trebisonda, sul mar Nero, è finito anche in manette Halis Hanci, considerato il braccio destro del ricco e proprietario di testate, nonché leader del partito “Alleanza per i valori condivisi”, imam accusato da Ankara di essere la mente del fallito golpe.
E se, volutamente o meno, la ventilata ipotesi di reintrodurre la pena di morte sta raffreddando i rapporti con l’Unione Europea, la mancata estradizione dagli Usa, dove risiede in piena libertà, di Gulen sta raffreddando quelli con Washington.
In compenso Turchia e Russia sono agli albori del riavvicinamento, con un incontro tra Erdogan e Vladimir Putin dato come prossimo: già dimenticato il caso dell’aereo russo abbattuto il 24 novembre sui cieli della Siria, per cui la Russia aveva riposto nel cassetto i megaprogetti di cooperazione tra i quali il gasdotto Turkish Stream, come pure le molte denunce (con tanto di prove) dell’aiuto dato dalla Turchia ai jihadisti di al-Qaeda (Jabat al-Nusra) e all’Isis.
Perché se a Putin entra la mossa, potrebbe sferrare un duro colpo alla Nato sottraendole la Turchia.

