di Giuseppe Lai –
Le elezioni presidenziali del 14 dicembre in Cile hanno decretato la vittoria del candidato ultraconservatore di destra José Antonio Kast, che ha ottenuto circa il 58 percento dei consensi, uno scarto significativo rispetto a Jeannette Jara, la candidata del Partido comunista. Il successo del neopresidente cileno, largamente previsto dai sondaggi, è frutto di una campagna elettorale incentrata su temi sensibili per ampi settori della società, come sicurezza, economia e migrazione, rispetto ai quali le proposte progressiste si sono rivelate insufficienti e inadeguate. In campo economico Kast ha promesso un piano di rilancio dell’economia, una sorta di “riconversione neoliberista” basata sulla deregolamentazione del mercato, sui tagli alla spesa e sull’eliminazione di alcune imposte, come quelle sulla proprietà.
Non si tratta di una ricetta innovativa. Kast appartiene infatti a una tradizione cilena ultraliberista, erede diretta delle riforme strutturali attuate durante la dittatura del generale Pinochet, in carica dal 1973 al 1990, e finalizzate ad una ripresa economica nel lungo periodo. Nel merito, non sono mancate le reazioni al piano proposto dal neopresidente. Da un lato, le principali associazioni imprenditoriali, che hanno accolto con favore la deregulation, nella prospettiva di una maggiore stabilità normativa. Dall’altro, le organizzazioni per i diritti umani, che invece temono un arretramento nelle politiche sociali e nelle garanzie civili e un accentramento della ricchezza nelle mani di pochi.
Tali posizioni evidenziano due nodi cruciali del quadro socioeconomico cileno, la cui comprensione richiede l’analisi delle radici storiche che hanno condotto alla situazione attuale. Nel Sud America l’economia del Cile è spesso descritta come un modello di prosperità, ma il suo percorso è stato tutt’altro che lineare. A partire dal XIX secolo il Paese iniziò lo sfruttamento delle sue risorse minerarie che consolidarono una notevole crescita economica e un prodotto interno lordo (PIL) pro capite superiore a quello di molti paesi della regione. Il vero salto di qualità avvenne con l’esportazione del rame, che divenne il principale motore dell’economia e diede al Cile il primato mondiale nella produzione di questa materia prima. Il rame è essenziale per l’industria tecnologica e l’energia rinnovabile ed ha reso l’economia cilena altamente competitiva ma al tempo stesso estremamente dipendente dalle fluttuazioni dei mercati internazionali.
Infatti, quando diminuiscono i prezzi del rame si verificano ripercussioni dirette su investimenti, occupazione e spesa pubblica. Inoltre, l’enfasi sull’estrazione mineraria ha portato a criticità ambientali e sociali, come il degrado del territorio e la marginalizzazione delle comunità locali. Storicamente tale condizione è riconducibile all’eredità politica degli anni ’70, quando il Cile subì una trasformazione economica radicale sotto la dittatura di Augusto Pinochet, guidata dai cosiddetti “Chicago Boys”, un gruppo di economisti latinoamericani che avevano studiato prevalentemente all’Università di Chicago tra la fine degli anni ’50 e il 1970. Quest’ultimi promossero una serie di riforme neoliberiste tra cui privatizzazioni, deregolamentazione e apertura dei mercati che favorirono l’ingresso nel Paese di investimenti stranieri e la riduzione dell’inflazione, creando le condizioni per la crescita economica degli anni successivi.
Tuttavia la privatizzazione massiccia di settori chiave tra cui la sanità e l’istruzione e il taglio della spesa pubblica contribuirono alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Negli anni ’80, complici la dipendenza eccessiva dalle esportazioni di materie prime e politiche monetarie rigide, il Paese sprofondò in una crisi economica che mise in evidenza le criticità del sistema, in particolare le diseguaglianze sociali e le questioni ambientali. Tuttora il Cile resta una delle economie più ineguali al mondo. Secondo dati recenti, il 20% più ricco della popolazione detiene circa il 50-60% del reddito totale mentre la metà dei lavoratori guadagna meno di 550 dollari al mese. Tali disparità hanno provocato varie proteste sociali, culminate in una serie di manifestazioni che hanno spinto i governi a promettere riforme, inclusa la riscrittura della Costituzione. La concentrazione della ricchezza e l’accesso limitato ai servizi essenziali, come istruzione e sanità, rappresentano ostacoli significativi per uno sviluppo economico inclusivo e senza interventi mirati le tensioni sociali potrebbero minare la stabilità del paese. Per garantire una crescita economica più sostenibile e inclusiva, il nuovo governo dovrà quindi affrontare diverse sfide. La diversificazione economica è una priorità: bisogna ridurre la dipendenza dal rame e dal litio investendo in settori come la tecnologia, l’agricoltura e i servizi. Allo stesso tempo, il paese deve adottare politiche sociali che ridistribuiscano la ricchezza in modo più equo, investire nell’istruzione e nella formazione professionale e creare opportunità per le fasce più deboli della popolazione. Inoltre, politiche fiscali più progressive potrebbero incrementare le entrate dello Stato, consentendo di finanziare iniziative sociali senza allontanare gli investitori esteri. Un’altra questione fondamentale è la sostenibilità ambientale.
L’estrazione mineraria ha un impatto notevole sull’ambiente e il Cile deve bilanciare lo sfruttamento delle sue risorse naturali con la protezione dell’ecosistema, incentivando le energie rinnovabili e le tecnologie verdi. Al momento è difficile fare previsioni sulla “riconversione” neoliberista annunciata dal neopresidente José Antonio Kast. Egli ha insistito sul concetto di “Stato facilitatore” che riduca procedure, acceleri grandi progetti e trasferisca il baricentro delle decisioni a imprese e investitori, una visione perfettamente coerente con la tradizione neoliberista cilena. Ma il modello proposto non potrà eludere la questione sociale. Il paese è attraversato da profonde divisioni che gli hanno impedito di progredire in maniera coesa. L’economista Jorge Katz che ha studiato in profondità il Cile ha scritto che non esiste il Cile, esistono, invece, quattro paesi a diversi livelli di sviluppo economico. Si va da quello più avanzato e innovativo a quello che vive di economia informale e illegalità. Esiste un Cile altamente produttivo, aperto al commercio estero (come, ad esempio, il settore delle miniere di rame e litio, o i settori in ascesa della viticoltura e salmonicoltura) e un Cile popolato da molte piccole e medie imprese con scarsa produttività. La produttività del lavoro delle grandi aziende è cinque volte maggiore di quella delle PMI. Le disuguaglianze della struttura produttiva si traducono in differenze nei salari, nella capacità di risparmio e nella costruzione della pensione. Vi è una vasta classe media impiegata in posti di lavoro informali e precari, con bassa protezione sociale e un reddito basso e instabile, esposta al rischio permanente di ricadere in povertà. Ma la disuguaglianza riguarda anche altre dimensioni e incide sulle relazioni sociali. Le differenze tra ricchi e poveri si riconoscono anche dal diverso sguardo sul futuro. Le élite cilene hanno sempre a disposizione opportunità personali o di corporazione, mentre i ceti popolari senza aspirazioni collettive sono spinti verso l’impoverimento. Queste sono solo alcune delle principali criticità che il neopresidente dovrà gestire nel suo mandato presidenziale.












