di C. Alessandro Mauceri –
L’economia del Cile si basa su poche risorse e una delle principali è certamente la pesca. Per questo motivo i fenomeni che riguardano l’ambiente e i cambiamenti climatici in atto non possono non avere un’importanza particolare per tutta l’area.
Nelle scorse settimane, lungo le coste del Cile si è verificata una gigantesca moria di pesci. La causa di quella che molti hanno definito una “catastrofe silenziosa”, è la diffusione incontrollata di un’alga. Un fenomeno noto e già verificatosi in passato, ma mai con dimensioni simili: le alghe hanno riempito le coste per duemila chilometri, dallo stretto di Magellano a Valdivia, uccidendo milioni di creature marine avvelenate dalle tossine prodotte o soffocate dalla carenza di ossigeno dovuta alla grande quantità di biomassa in decomposizione. Questo fenomeno, chiamato “marea rossa” per la colorazione che delle acque a seguito della fioritura delle alghe, nasce dalla proliferazione esplosiva di alcuni organismi microscopici (dinoflagellati e diatomee). Generalmente si verifica in condizioni ambientali particolari come l’eccezionale aumento delle temperature nell’oceano Pacifico meridionale. È stata questa la causa scatenante del fenomeno. I primi allarmi, alla fine dello scorso anno, si erano avuti negli allevamenti ittici di salmoni (il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone dopo la Norvegia): a dicembre in 45 allevamenti del Paese si è verificata una moria di pesci (ne sono morti improvvisamente oltre 27mila). A febbraio e marzo, il problema è diventato incontrollabile: a morire sono stati 25 milioni di salmoni.
La marea tossica non si è abbattuta solamente sulle attività commerciali ma ha colpito le coste uccidendo tutto ciò che trovava: meduse, crostacei, mitili, calamari e ogni altro “abitante” dell’area. Ad aprile, 40mila tonnellate di sardine sono state trovate morte sulla superficie del mare in prossimità della foce del fiume Queule. In poco tempo l’epidemia (di questo si tratta in realtà) si è estesa a macchia d’olio: anche gli animali che si nutrono delle carcasse trasportate a riva sono stati contagiati dalla saxitossina (una sostanza neurotossica prodotta dal dinoflagellato Alexandrium catenella) presente in quantità fino a 83 volte superiori al limite di legge. Ad essere coinvolti nell’epidemia sono stati uccelli, cani e anche alcune persone: a riportarlo è stato il Santiago Times che ha riferito che dozzine di persone sono state ricoverate con sintomi di avvelenamento.
La normativa cilena, al pari di quella europea, stabilisce che negli alimenti non possano trovarsi più di 80 microgrammi di saxitossina ogni 100 grammi. “In questi giorni nel mollusco bivalve Mesodesma – noto nelle tavole come pink clam – abbiamo trovato concentrazioni record, fino a 83 volte superiori al limite di legge” ha dichiarato Alfredo Troncoso, biologo marino dell’Universidad de Concépcion.
Un fenomeno di dimensioni simili non era mai stato registrato. Ciro Oyarzún, biologo marino dell’Universidad de Concéption, ha definito la marea rossa una “tempesta perfetta”. La causa è legata ai cambiamenti climatici in atto, all’inquinamento e alle emissioni di CO2: con il calo delle precipitazioni estive e con l’aumento della temperatura media dell’oceano di 0,74° C, è venuto a mancare il naturale rimescolamento della colonna d’acqua. Questo ha favorito l’accumulo di nutrienti e l’incontrollabile fioritura delle alghe. Sotto accusa anche l’industria del salmone a causa degli impianti di acquacoltura che riversano in mare enormi quantità di materiale organico e di sostanze azotate (utilizzate per favorire la crescita dei pesci allevati). Si tratta di sostanze che, raggiunto l’oceano, favoriscono la crescita e lo sviluppo delle alghe. A peggiorare la situazione la moria dei salmoni le cui carcasse sono finite in mare: secondo quanto riferito da Greenpeace, “oltre 9mila tonnellate di salmoni in stato di decomposizione sono stati gettati al di fuori dell’area di allevamento, nella regione di Los Lagos”, a sole 75 miglia dalla città di Ancud.
Ma i problemi potrebbero non finire qui. Secondo quanto riportato dal gruppo ecologista Oceana Cile, nel Paese si sarebbe fatto un uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti di salmoni: “In Cile utilizziamo 500 volte più antibiotici che in Norvegia” ha detto Liesbeth van der Meer, direttrice dell’associazione. Nel 2015, per “produrre” 846.163 tonnellate di salmone sono state utilizzate 557 tonnellate di medicinali (nel 2010 su 466.857 di pesce le tonnellate di antibiotici utilizzate erano 143, circa 4 volte meno!).
Uno sfruttamento sempre più intensivo dell’allevamento dei salmoni, che con un giro di affari di 3,5 miliardi di dollari all’anno è diventato uno dei settori di punta dell’economia nel Sud del Cile. Anche l’impatto sociale non è indifferente (sono circa 70mila i lavoratori coinvolti). Le conseguenze sono rilevanti. Già nel 2007, il virus dell’anemia infettiva del salmone aveva devastato gran parte della produzione. I pesci gettati in mare aperto hanno causato una zona di inquinamento vastissima. Ora è la volta della “marea rossa” di alghe nocive che stanno uccidendo gli stessi salmoni allevati (100mila tonnellate solo nei primi mesi del 2016), oltre a sardine, balene e machas.

