di Giuseppe Gagliano –
L’Artico non è più soltanto una frontiera climatica o scientifica: è diventato uno spazio politico dove si misura la forza relativa delle potenze. In questo quadro, la scelta cinese di finanziare la partecipazione alle spedizioni russe segnala un dato semplice ma rivelatore: l’accesso all’estremo nord si compra, si negozia e si inserisce dentro rapporti di forza già esistenti. Mosca, custode di oltre metà delle coste artiche mondiali, resta il vero guardiano della regione. Pechino, priva di sbocchi diretti, cerca varchi indiretti.
La guerra in Ucraina e la pressione delle sanzioni hanno ristretto i margini finanziari russi. Aprire le proprie navi e parte delle attività di ricerca a partner cinesi diventa allora un modo per monetizzare il primato geografico senza cederne il controllo politico. La Russia resta diffidente e territoriale, ma più disponibile a cooperazioni mirate che portino risorse e tecnologia.
La narrativa ufficiale cinese insiste sugli scopi pacifici e sullo sviluppo sostenibile. Tuttavia la dottrina della fusione tra ambito civile e militare rende ogni dato raccolto potenzialmente utile anche alla difesa. Mappature dei fondali, studi sul ghiaccio, osservazioni radar e meteorologiche hanno un valore evidente per la navigazione militare, per i sistemi di allerta e per la pianificazione strategica.
Non sorprende quindi l’inquietudine occidentale. Le attività di istituti cinesi nelle isole artiche europee e la cooperazione con centri nordici nei campi radar e satellitari alimentano il sospetto che la scienza sia anche un veicolo di presenza strategica. L’Artico, del resto, è uno dei pochi teatri dove la distanza geografica non impedisce l’ambizione di potenza.
Da anni la Cina lavora su due binari. Con la Russia costruisce un rapporto funzionale, fondato su scambi di accesso, dati e logistica. Con i Paesi nordici coltiva relazioni accademiche e istituzionali, creando piattaforme di dialogo che normalizzano la propria presenza. Presentarsi come partner responsabile e prevedibile è parte della strategia.
Definirsi “quasi artica” è stato un atto politico prima che geografico. Significa rivendicare un diritto di parola nella governance polare, legando l’Artico alle rotte commerciali, alle telecomunicazioni e alle risorse energetiche. La rotta marittima settentrionale, resa più praticabile dallo scioglimento dei ghiacci, riduce tempi e costi tra Asia ed Europa: un vantaggio geoeconomico enorme per una potenza esportatrice.
La linea dura di Washington verso Pechino e le tensioni con alcuni alleati nordici, anche sul tema groenlandese, hanno prodotto effetti collaterali. Ogni irrigidimento americano offre alla Cina l’occasione di proporsi come interlocutore meno ideologico e più orientato alla cooperazione economica e scientifica. Non è un caso che Pechino abbia intensificato il dialogo multilaterale con i nordici proprio mentre cresceva la diffidenza statunitense.
Questo non significa che i governi europei siano ingenui. La Norvegia, in particolare, ha rafforzato i controlli sulle collaborazioni e invita università e centri di ricerca alla prudenza. L’approccio è pragmatico: non escludere la Cina, ma osservarla da vicino.
L’Artico concentra riserve energetiche, minerarie e ittiche ancora in parte inesplorate. A ciò si aggiunge il valore delle nuove rotte marittime e dei cavi sottomarini. Per la Cina, dipendente dalle importazioni energetiche e dal commercio marittimo, diversificare i corridoi significa ridurre vulnerabilità strategiche. Per la Russia, l’Artico è una leva di rendita e di potere, ma richiede capitali e tecnologie che la partnership asiatica può fornire.
Si profila quindi una convergenza selettiva: Mosca offre accesso e spazio, Pechino offre fondi, navi e capacità industriali. Entrambe cercano di massimizzare i benefici senza creare dipendenze irreversibili.
Dal punto di vista militare, l’Artico è una cintura di deterrenza nucleare e di sorveglianza avanzata. Basi, sottomarini, radar e sistemi spaziali ne fanno un teatro sensibile. La presenza scientifica può fungere da copertura leggera per una conoscenza operativa del territorio. Chi conosce meglio ghiacci, correnti e fondali parte avvantaggiato in caso di crisi.
La cooperazione sino-russa non equivale a un’alleanza militare polare, ma crea familiarità, interoperabilità indiretta e scambio di informazioni. Elementi che, nel lungo periodo, pesano.
Il vero motore di tutto è il cambiamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci trasforma uno spazio marginale in un corridoio centrale. L’Artico diventa così il laboratorio di un nuovo equilibrio tra potenze tradizionalmente artiche e attori esterni ma ambiziosi.
La partita non si gioca solo sulle bandiere piantate nel ghiaccio, ma sulle regole di accesso, sui consorzi scientifici, sulle infrastrutture portuali e digitali. In questo senso la Cina si muove con pazienza strategica: accumula presenza, relazioni e dati, costruendo un diritto di fatto prima ancora che di diritto.
L’Artico del futuro non sarà di chi arriva per primo, ma di chi saprà restare più a lungo intrecciando scienza, commercio e sicurezza. E su questo terreno Pechino ha dimostrato di saper pensare in decenni, non in stagioni. Mosca, dal canto suo, sa che il suo Nord è una ricchezza ma anche un costo. Tra bisogno di fondi e difesa della sovranità, la cooperazione con la Cina resta per ora uno strumento, non una resa. Ma ogni strumento, in geopolitica, finisce per lasciare un segno.












