di Giuseppe Gagliano –
Non c’è solo la retorica elettorale dietro l’inasprimento dei dazi statunitensi contro Pechino. Con l’aumento fino al 54% delle tariffe su centinaia di categorie merceologiche cinesi, l’amministrazione Trump, che già agisce da presidente-ombra, mette un altro mattone nel muro economico che separa Washington dal resto del mondo. Mentre l’occidente si frantuma in un multilateralismo zoppo, Xi Jinping si muove con pragmatismo e sangue freddo, tessendo pazientemente una rete di alleanze e contro-misure nel cuore dell’Asia e in direzione dell’Europa.
Il protezionismo americano ha effetti collaterali che non risparmiano nessuno. Non solo la Cina, che resta il bersaglio privilegiato, ma anche alleati storici come Giappone, Corea del Sud, Taiwan e persino il Sud-Est asiatico, dove paesi come Vietnam e Cambogia subiscono dazi che sfiorano il 50%. Una strategia che, più che rafforzare la supremazia statunitense, rischia di spingere una vasta area del globo tra le braccia di Pechino.
Il governo cinese ha definito le nuove misure come un atto di “bullismo unilaterale” e si prepara a rispondere con lo stesso metro, colpendo i settori chiave delle esportazioni americane: energia, agroalimentare, metalli rari, semiconduttori. Settori in cui la Cina detiene ancora leve decisive, a partire dal dominio globale nelle terre rare, imprescindibili per la transizione digitale e green. Un rallentamento dell’export cinese verso gli Stati Uniti potrebbe far scendere l’export totale, ma per Pechino questo potrebbe essere il prezzo da pagare per ricalibrare l’economia, liberandola dalla dipendenza dalla domanda esterna e rilanciando il consumo interno.
Per arginare l’onda d’urto, Xi ha annunciato misure anticicliche: allentamento monetario, stimoli fiscali e aperture mirate agli investimenti stranieri. Un segnale importante arriva dall’autorizzazione data a Toyota per costruire un impianto a Shanghai senza necessità di partner locale, uno strappo alle storiche regole del “joint venture capitalism” che rappresenta un invito diretto agli investitori internazionali.
Ma il fronte di Pechino è anche diplomatico. Xi è pronto a rafforzare le catene di approvvigionamento alternative al mercato americano. Nei prossimi giorni, sarà in Vietnam, Malesia e Cambogia, in una missione che sa tanto di contro-summit rispetto alle velleità isolazioniste americane. Intanto, l’Europa osserva con crescente fastidio la radicalizzazione di Trump, mentre il premier spagnolo Sanchez è atteso a Pechino per discutere nuove forme di cooperazione. Macron seguirà a breve.
La nuova guerra commerciale rischia di saldare una coalizione asimmetrica ma funzionale: quella degli scontenti. Il Giappone, colpito nei suoi pilastri industriali, ha definito i dazi «estremamente deplorevoli». La Corea del Sud parla di «emergenza nazionale». Persino Taiwan, spesso incasellata come avamposto Usa, denuncia l’irrazionalità delle tariffe. Non è ancora un’alleanza, ma una costellazione di interessi convergenti. E se l’America continua a chiudersi nel proprio fortino economico, sarà Pechino – con tutte le sue contraddizioni – a offrire un’alternativa, fatta di gradualismo, continuità e disponibilità al compromesso.
In questo scenario, la posta in gioco non è solo il commercio, ma l’egemonia globale. E come spesso accade nella storia, le guerre economiche hanno il potere di ridisegnare mappe, alleanze e ordini mondiali. La Cina questo lo sa. E si prepara, con metodo e pazienza, alla lunga traversata.




