di C. Alessandro Mauceri

Dopo decenni di “indipendentismo” estremo e di incuranza per tutto ciò che riguarda l’ambiente, in Cina sono state presentate alcune denunce legate all’ambiente e alla sicurezza alimentare. Scandali spesso causati da inquinamento e da scarsi controlli di qualità.

Un tribunale della regione del Jiangsu ha multato sei imprese (per un totale di 160milioni di renminbi, oltre 21 milioni di euro) per aver inquinato le acque di due fiumi scaricando circa 25mila tonnellate di rifiuti chimici. Secondo l’agenzia di Stato Xinhua si tratterebbe della multa più salata mai inflitta a inquinatori in Cina. Il processo però non si è fermato alla parte civile: quattordici persone sono state giudicate responsabili del reato e sono state condannate a pene comprese tra i due e i cinque anni.

E dopo lo scandalo del latte, è stato denunciato anche l’inquinamento legato alla carne di maiale e quello legato a prodotti a base di latte di capra.

Come ha riferito il Wall Street Journal, “Finora, i funzionari doganali in tutta la Cina hanno arrestato 21 bande di contrabbandieri e all’inizio di questo mese hanno sequestrato più di 100.000 tonnellate di pollo, manzo e maiale congelati, secondo l’agenzia di stampa Xinhua. Alcune delle carni risalgono agli anni ’70 e ‘80”.

Per decenni (dalla stipula del primo protocollo di Kyoto) i risultati a livello globale in materia di riduzione degli effetti sull’ambiente sono stati deludenti: si è andati avanti affermando che in materia di emissioni dannose per l’ambiente i paesi più industrializzati potevano operare in “compensazione”, ovvero potevano inquinare più di quanto previsto dagli accordi internazionali a patto che altri paesi inquinassero meno e comprassero i beni che i primi avevano prodotto inquinando. Contemporaneamente, ai paesi in via di sviluppo, come Cina e India, è stato consentito di non rispettare i limiti imposti agli altri paesi proprio per non arrestare la loro crescita.

A distanza di un ventennio le economie dei paesi in via di sviluppo sono esplose. In Cina, ad esempio, l’industrializzazione è crescita si è a ritmi vertiginosi e in pochi anni l’economia di queto paese è diventata la prima al mondo. Ma per raggiungere questi risultati i cinesi hanno dovuto pagare un prezzo molto caro. Dopo decenni di mancato rispetto dei vincoli ambientali, oggi in Cina circa due terzi delle falde acquifere e un terzo delle acque di superficie non sono adatte né al consumo né al contatto con gli esseri umani. Alla fine di maggio è stato costretto ad ammetterlo lo stesso ministero per la Protezione Ambientale.

Una situazione grave che è nota da molti decenni (i primi casi di intossicazione da arsenico risalgono addirittura al 1970 i primi casi di intossicazione da arsenico risalgono addirittura al 1970), ma alla quale nessuno, fino ad ora, aveva cercato di porre rimedio. Nel 1994 le autorità di Pechino la definirono una delle “più importanti malattie endemiche” del Paese. Aver permesso ad imprenditori senza scrupoli di scaricare enormi quantità di arsenico nell’acqua, alla fine ha causato seri danni alla salute di oltre 600mila cinesi con conseguenze come cancro ai polmoni, alla vescica, alla pelle e ai reni. Secondo un’inchiesta pubblicata dall’Oriental Outlook, l’esposizione a lungo termine all’arsenico, oggi interessa quasi la metà della terre cinesi.

Lo stesso dicasi per il fluoro i cui livelli sono molto al di sopra della media. E anche in questo caso sono milioni (21) le persone che risentono degli effetti dell’esposizione a un livello di fluoro troppo alto. Secondo Gao Yanhui, del Centro Nazionale per il Controllo delle Malattie Endemiche, almeno 87 milioni di persone sono a rischio di malattie causate dall’eccessiva esposizione a questo tipo di agenti. Le zone più colpite sono le pianure del nord, con il picco nella provincia dell’Henan.

Una situazione che sta diventando insostenibile: da uno studio condotto di recente, è emerso che il 55 per cento dei villaggi cinesi presentano acque inquinate. E in un paese dove l’acqua di falda rappresenta la sola acqua potabile per il 60 per cento della popolazione, le conseguenze per la salute sono inevitabili: oltre 300 milioni di cinesi non hanno accesso all’acqua non inquinata e molti di questi la bevono nonostante tutto.

Ma anche nelle grandi città dove l’acqua, in teoria dovrebbe essere purificata e trattata, la situazione non è molto migliore: uno studio ha dimostrato che almeno il 20 per cento dell’acqua distribuita come “potabile” non rispetta gli standard internazionali. Già nel 2006 una ricerca aveva dimostrato che il 90 per cento delle falde in prossimità delle metropoli è inquinato.

Dopo aspre polemiche, poche settimane fa, il governo ha presentato un piano che mira a rendere “in buone condizioni” il 70 per cento delle acque di superficie. Ma tutto ciò non prima del 2020. Una flebile promessa che solo per essere formulata, e concordata con le imprese, ha richiesto ben due anni: fonti vicine al governo hanno dichiarato al settimanale Caixin che prima di essere reso pubblico il piano ha subito ben 30 revisioni. Il piano definitivo diffuso dal governo prevede un miglioramento apprezzabile su tutto il territorio nazionale non prima del 2050.

L’unico obiettivo, peraltro effimero, da realizzare entro il 2015, riguarda solo l’impegno da parte dei governatorati locali a censire le acque “nere e maleodoranti” e a programmare i tempi per risolvere i problemi ambientali. Per raggiungere questo “obiettivo” è previsto che vengano identificate le cause e le fonti di inquinamento e che si provveda a smaltire meglio i rifiuti rendendo “l’ambiente favorevole”. Stando alle informazioni fornite dal governo, le piccole industrie maggiormente inquinanti (come le cartiere o quelle che producono fertilizzanti e pesticidi) chiuderanno entro il 2016. E entro il 2018, ogni città dovrà pubblicare i dati sullo stato dell’acqua potabile.

Ma il vero problema è che in molte città della Cina, soprattutto quelle più grandi, molto spesso, la gente non sa cosa mangia e cosa beve. Almeno fino a quando non si manifestano i primi sintomi delle malattie.