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Si torna a parlare in Cina della rimozione di 1.200 croci dai luoghi di culto cristiani nella provincia di Zhejiang, fatto che sta indignando la minoranza di fedeli e che sta portando a nuove manifestazioni di protesta.
La campagna era iniziata nel 2014 quando a Wenzhou, capoluogo della provincia e considerata la “Gerusalemme della Cina” (ben il 15 per cento degli abitanti sono cattolici), il segretario provinciale del partito, Xia Baolong, molto vicino al presidente Xi Jinping, aveva osservato che la grande croce illuminata sulla chiesa di Sanjiang “Si vede troppo”. Da quel momento l’architettura cristiana è stata colpita davvero duramente e chiesa è stata subito demolita, anche se i fedeli si erano cinti in una catena umana per fermare le ruspe.
E’ stato il Global Times, giornale del partito comunista cinese, a comunicare la direttiva molto dettagliata: le croci non possono svettare sui tetti o sui campanili, debbono essere di un colore che si fonda con quello della costruzione, cioè devono essere mimetizzate.
Oggi i leader della comunità cristiana cinese sono nuovamente scesi in piazza per contestare la campagna per la rimozione delle croci, cosa che i cristiani vedono come un attacco da parte del Partito comunista al loro credo religioso. Tra i manifestanti una ventina di religiosi, tra i quali Vincent Zhu Weifang, un vescovo 89enne.
La manifestazione è stata strettamente controllata dalla polizia.

