di C. Alessandro Mauceri –
Ad appena due settimane dalle stragi di Parigi, costate la vita a 130 persone, e tra eccezionali misure di sicurezza si è aperta oggi nella capitale francese la 21ma Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP21). L’aerea di Bourget, centro dei lavori, sarà blindata per due settimane da 2.800 agenti, ed altri 6.300 saranno impiegati nelle altre strade di Parigi.
Numerosi i leader mondiali che hanno garantito la loro presenza: sono più di 150 i capi di stato e di governo riuniti con l’obiettivo di giungere ad un accordo per limitare il riscaldamento del pianeta ed evitare conseguenze irreversibili.
“Conto su di voi per negoziare e costruire compromessi sin dalle prossime ore”, ha detto il ministro francese degli Esteri, Laurent Fabius, all’avvio dei lavori della Conferenza di cui è presidente. E, facendo riferimento alle precedenti conferenze sul clima come quelle di Kyoto e di Copenhagen di sei anni fa, ha continuato avvisando che “Se vogliamo fare affidamento a uno pseudo-miracolo dell’ultima notte, temo che non sia la buona soluzione”.
Dopo anni di discussioni e dibattiti, pare che tutta la comunità scientifica sia ormai unanime sullo stato di criticità. Gli ultimi dati sulle temperature medie annuali sono preoccupanti: il 2015 sarà l’anno più caldo della Terra da quando, nel 1880, sono iniziate le letture strumentali, un record che, fino allo scorso anno era del 2014. La temperatura media globale di superficie risulta essere di 1,04°C al di sopra della media, dato del mese di ottobre, come mostrato dai dati della Nasa. È un dato “quasi inquietante, un salto notevole per i modelli dei cambiamenti climatici”, ha detto Hans Joachim Schellnhuber, climatologo del Cbe Potsdam Institute for Climate Impact Research, il quale ha anche spiegato che “Se la tendenza non verrà modificata, ci sarà un aumento della temperatura entro fine secolo di oltre 5 gradi centigradi”. Inevitabilmente, il riscaldamento globale antropogenico, oltre alla variabilità climatica naturale, causerà cambiamenti nel territorio che in moti hanno cercato di definire, ma che, nel migliore dei casi, potrebbe avere conseguenze terribili.
Scopo del summit sarà definire le azioni da compiere congiuntamente per arrestare, o quantomeno limitare, questo fenomeno nei prossimi decenni. Per questo già in vista della conferenza,183 paesi su 195 (sebbene con notevole ritardo) hanno presentato le proprie promesse e le proprie proposte per ridurre le emissioni dei gas serra.
Gli “impegni” proposti dai vari stati però, secondo gli esperti, non eviterebbero un aumento delle temperature medie minore di 3 gradi, e sarebbero quindi insufficienti. Per giungere a risultati concreti tutti i paesi del mondo dovranno rivalutare le proprie proposte. A cominciare da quelli che sono i maggiori responsabili dell’inquinamento, ovvero i paesi maggiormente industrializzati (Stati Uniti, Europa e Giappone) e alcuni tra quelli in via di sviluppo (Cina e India).
Una promessa che, però, la maggior parte di questi paesi non pare siano disposti a fare e tanto meno a mantenere. Ad oggi, gli Usa “sono contrari a un accordo vincolante” certamente per motivi interni e “non hanno presentato un approccio alternativo”, ha detto il commissario europeo al Clima, Miguel Arias Canete, ricordando che Parigi, a differenza di Kyoto, “deve essere un accordo universale, quindi vogliamo che gli Usa ne facciano parte”.
Anche la posizione dell’Unione Europea sarebbe “ancora lontana” da quanto necessario per raggiungere un accordo globale efficace. A confermarlo è Jiri Jerabek di Greenpeace. Una valutazione, la sua, condivisa da altre organizzazioni come Climate Action Network Europe (Can) e Wwf. Secondo Jerabek “L’Europa può fare di più per accelerare la transizione energetica verso un sistema basato sulle rinnovabili e impegnarsi ad eliminare i carburanti fossili a casa”.
Il rischio è che, proprio come avvenne con la conferenza di Kyoto, Parigi diventi l’ennesima occasione per fare promesse da non mantenere o per consentire ai paesi industrializzati di continuare ad inquinare grazie allo strumento della “compensazione”, secondo cui un paese può sforare i limiti previsti e promessi a patto che altri paesi sottoscrivano un accordo di restare al di sotto di questi limiti. Non a caso Wendel Trio, direttore di Can, ha detto che “la posizione negoziale include ‘aree oscure’”.
Molti Paesi in via di sviluppo, dalle isole del Pacifico al gruppo africano, hanno ribadito che loro “vogliono un accordo vincolante” e di conseguenza “quelli che non lo accettano devono presentare una proposta negoziale”, come ha confermato Canete.

