di Giuseppe Gagliano –

La consegna dell’Ecuador alla Colombia di Luis Rolando Osorio Arevalo, noto come “Mison”, segna un passaggio chiave nella trasformazione del crimine organizzato latinoamericano, sempre meno visibile e sempre più capace di operare oltre i confini nazionali. Più che un semplice arresto, l’episodio rivela l’evoluzione di un sistema criminale che abbandona le strutture gerarchiche tradizionali per adottare modelli flessibili e reticolari.

Considerato dalle autorità un “signore della droga invisibile”, “Mison” rappresenta una nuova figura di intermediario: coordina traffici, collega gruppi criminali, finanzia operazioni e integra attività illegali con economie lecite. Un ruolo che rende queste reti più difficili da individuare e contrastare.

L’operazione conferma anche il crescente peso dell’area andina come hub della criminalità transnazionale. L’Ecuador, un tempo Paese di transito, si è trasformato in base logistica e finanziaria per organizzazioni attive su scala continentale. Le zone di confine e le aree amazzoniche, dove la presenza dello Stato è limitata, diventano corridoi strategici per il traffico di droga, armi e denaro.

A rendere il quadro più complesso è il coinvolgimento del gruppo venezuelano Tren de Aragua, ormai evoluto in una rete capace di adattarsi e integrarsi nei diversi contesti locali. In Colombia, “Mison” avrebbe facilitato l’espansione del gruppo a Bogotá, evidenziando un modello criminale fondato su alleanze e cooperazione tra organizzazioni diverse.

Un elemento centrale è l’infiltrazione nell’economia legale. L’uso di bar, hotel e locali come strumenti di riciclaggio dimostra come il narcotraffico non si limiti più a nascondere capitali illeciti, ma costruisca veri segmenti economici sotto controllo criminale, acquisendo influenza sociale e capacità di incidere sui territori.

La risposta di Ecuador e Colombia, con procedure accelerate e operazioni congiunte sostenute anche dall’intelligence statunitense, segnala un rafforzamento della cooperazione repressiva. Tuttavia, secondo gli analisti, l’approccio militare rischia di colpire solo le strutture operative senza affrontare le cause profonde del fenomeno.

La sfida resta il controllo dei territori di frontiera e delle economie marginali, dove debolezza istituzionale e corruzione favoriscono la proliferazione delle reti illegali. L’arresto di “Mison” colpisce un nodo importante, ma non intacca il modello che lo ha reso possibile.

Un modello che punta sull’invisibilità, trasformando il narcotraffico in una minaccia sempre più difficile da individuare e contrastare.