di Giuseppe Gagliano –
Serie di attacchi terroristici in Colombia, costati complessivamente la vita a 19 persone e il ferimento a oltre 70.
Ad essere interessati sono stati obiettivi perlopiù militari ad Amalfi, Cali e Florencia, con bombe contro una base aerea e l’abbattimento di un elicottero della polizia durante un’operazione antidroga. Si tratta di episodi che rivelano la capacità dei gruppi armati di colpire in modo simultaneo, coordinato e spettacolare. La Colombia torna così al centro della cronaca internazionale per le ragioni che da decenni la tormentano: la violenza politica, il narcotraffico e il fallimento degli accordi di pace.
Il presidente Gustavo Petro aveva promesso di voltare pagina con la sua politica di “paz total”, un processo negoziale che mirava a integrare le varie formazioni armate in un percorso di riconciliazione nazionale. Ma la realtà dei fatti mostra il contrario: i dissidenti delle FARC, come i gruppi paramilitari e l’ELN, hanno interpretato i negoziati non come un’occasione di disarmo, ma come uno spazio per rafforzarsi e ridefinire la propria presenza sui territori più redditizi.
Le zone del Cauca e della Valle del Cauca, dove passano le rotte della cocaina e si concentrano coltivazioni illecite, sono diventate arene di guerra. Il controllo di queste aree significa denaro, potere politico e influenza.
La competizione per il dominio delle economie illegali resta la vera chiave del conflitto. La coca, insieme all’oro estratto illegalmente e al contrabbando, continua ad alimentare le casse delle formazioni armate. Finché questo flusso rimane attivo, nessun negoziato potrà davvero piegare la resistenza di chi trae profitto dalla violenza.
Gli attentati di Cali e Amalfi, oltre a generare instabilità, hanno anche un significato “economico”: sono un messaggio alle istituzioni, una dimostrazione di forza per mantenere il controllo delle rotte del narcotraffico e negoziare da una posizione di vantaggio.
Dal punto di vista strategico, gli attacchi mostrano come i gruppi dissidenti abbiano acquisito nuove capacità, come l’uso di droni per colpire un elicottero. Questo innalzamento tecnologico pone le forze armate colombiane davanti a una sfida inedita, che richiede modernizzazione e risorse.
La politica di Petro, invece, punta a ridurre lo scontro militare e ad ampliare i margini del dialogo. Ma la società è divisa: una parte invoca maggiore fermezza, chiedendo un ritorno a politiche di sicurezza tradizionali e dure, un’altra continua a sperare nella via negoziata.
La Colombia non è un Paese isolato: il conflitto interno ha implicazioni regionali e globali. Gli Stati Uniti, storici partner nella lotta antidroga, osservano con preoccupazione l’instabilità crescente, che potrebbe rimettere in discussione la cooperazione militare e i finanziamenti del “Plan Colombia”. I vicini, come Venezuela ed Ecuador, temono l’espansione dei gruppi armati oltre frontiera.
A livello internazionale, la Colombia rischia di veder compromessa la propria credibilità come Paese in via di stabilizzazione, perdendo attrattiva per investimenti esteri e alleanze economiche.
A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, il bilancio politico per Petro è pesante: la promessa di ridurre la violenza si scontra con la realtà di un Paese che sembra scivolare indietro nel tempo. Le critiche dell’opposizione, guidata dall’area uribista, trovano terreno fertile. Ma la vera domanda resta irrisolta: può la Colombia ottenere la pace senza sradicare le economie illegali? La risposta, oggi, sembra negativa.
Gli attentati di Cali, Florencia e Amalfi non sono solo cronaca di un giorno di morte, ma il segnale che la guerra colombiana è tutt’altro che finita e che la politica di “pace totale” rischia di trasformarsi in una fragile illusione.




