di Giuseppe Gagliano –
È durato solo 24 ore il braccio di ferro sui migranti tra gli Usa di Donald Trump e la Colombia di Gustavo Petro. E a cedere, neanche a dirlo, è stato il presidente colombiano, che in un primo momento aveva rifiutato i voli “umanitari” che riportavano a casa i migranti irregolari provenienti dalla Colombia. A far cedere Bogotà è stata la perentoria minaccia di dazi manifestata da Trump, tra cui tasse fino al 50%, divieto di ingresso e revoca dei visti per tutti i dirigenti governativi colombiani, meticolose ispezioni doganali
Il discorso di Gustavo Petro è stato tuttavia ben più di una mera denuncia. È un manifesto politico, culturale e ideologico, un atto d’accusa contro un sistema che Petro considera colonialista e imperialista, capace di opprimere popoli e culture con la forza dell’economia e dell’arroganza. I dazi, per Petro, non sono solo una questione commerciale, ma il simbolo di un dominio che tenta di soggiogare nazioni intere, relegandole al ruolo di subalterne.
Petro contrappone a questa visione un’idea di Colombia diversa, quella di un Paese che non si limita a guardare a Nord, verso gli Stati Uniti, ma che si apre al mondo, rivendicando il proprio posto nella storia delle Americhe come una terra di libertà e resistenza. Parla di un’identità culturale profonda, radicata nei popoli indigeni, negli africani ridotti in schiavitù e negli europei che hanno mescolato il loro sangue con quello delle terre colombiane. La Colombia, per Petro, è il cuore del mondo, la terra delle “farfalle gialle” e delle “montagne del vento”, un luogo di bellezza, sofferenza e rinascita.
Il riferimento alla storia americana è significativo: Petro dichiara di rispettare gli ideali di libertà incarnati da figure come Lincoln, ma respinge la schiavitù e il razzismo che, a suo dire, sono ancora radicati negli Stati Uniti. Nel suo discorso emerge un dualismo: da un lato l’America delle libertà, dei giovani che lottano per un futuro migliore, dei campi di battaglia dove si combatteva per l’uguaglianza; dall’altro, l’America del colonialismo economico, delle imposizioni e dell’arroganza. Petro si inserisce in questa narrazione come un leader che non intende cedere, nemmeno di fronte alle pressioni più forti.
La sua risposta ai dazi è altrettanto simbolica: un aumento del 25% sulle importazioni dagli Stati Uniti. È una mossa che va oltre l’ambito economico, diventando un gesto politico che segna una linea di resistenza. Petro non si limita a reagire, ma rivendica l’autosufficienza della Colombia, un Paese che ha dato i natali al mais, una coltura che ha sfamato il mondo. È un invito alla sua gente a riscoprire l’orgoglio nazionale e a guardare oltre la dipendenza economica da un singolo partner commerciale.
In questa prospettiva, il discorso di Petro diventa un monito per gli Stati Uniti e per il resto del mondo: la Colombia non è più disposta a essere trattata come una nazione periferica. È una dichiarazione di indipendenza, non solo politica ma anche culturale, che si appella alla memoria storica dei popoli delle Americhe, evocando figure come Bolívar e simboli come il primo territorio libero del continente. Petro sembra voler dire che la Colombia non accetterà più imposizioni dall’alto, ma cercherà alleati ovunque si trovino, costruendo una nuova rete di relazioni fondate su principi di uguaglianza e rispetto reciproco.
Il discorso infine è intriso di una sfida personale e politica. Petro non si sottrae al confronto diretto con chi, come Trump, incarna l’immagine di un potere prevaricatore. Nonostante il tono quasi poetico, il messaggio è chiaro: la Colombia è pronta a resistere. E se il prezzo sarà alto, Petro è disposto a pagarlo, perché, come afferma con forza, la sua eredità non si spegnerà con la sua figura, ma vivrà nel popolo colombiano, erede di una tradizione di lotta e libertà.




