Colombia. Scontri tra FARC e ELN nel Catatumbo: quando il territorio diventa bottino

di Giuseppe Gagliano

Gli scontri armati nel Catatumbo rappresentano l’ennesima manifestazione di un conflitto strutturale che da anni si consuma ai margini dello Stato. La guerra tra i dissidenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia e l’Esercito di Liberazione Nazionale ha provocato nuovi sfollamenti forzati, distruzioni e una crisi umanitaria che colpisce in primo luogo le comunità rurali, già segnate da decenni di abbandono istituzionale.
Il teatro principale è il Catatumbo, regione di confine con il Venezuela, dove la presenza dello Stato è intermittente e la sovranità si esercita in modo frammentato. Qui il 33ºìmo Fronte dei dissidenti FARC, oggi inserito nello Stato Maggiore dei Blocchi e dei Fronti, e l’ELN si contendono il controllo di villaggi, strade e infrastrutture con modalità che ricordano sempre più una guerra convenzionale a bassa intensità. L’uso di droni armati contro aree abitate segna un salto qualitativo che rende il conflitto ancora più pericoloso per la popolazione civile.
A Filo El Gringo, nel comune di El Tarra, le case distrutte, la chiesa danneggiata e le attività commerciali colpite raccontano una realtà già vista in molte altre aree della Colombia periferica: quando i gruppi armati combattono, i civili diventano ostaggi geografici. Le richieste dei sindaci locali di aprire corridoi umanitari e di ottenere un intervento straordinario dello Stato rivelano l’impotenza delle autorità territoriali di fronte a forze che dispongono di armi, risorse e libertà di manovra superiori.
Secondo le autorità locali e le organizzazioni umanitarie, dal gennaio 2025 la guerra aperta tra ELN e dissidenti FARC ha causato circa cento morti e lo sfollamento di almeno 78.000 contadini. Numeri che restituiscono la dimensione di una crisi non episodica, ma sistemica, che svuota intere aree rurali e altera in modo duraturo l’equilibrio demografico e sociale della regione.
Il Catatumbo non è solo un campo di battaglia ideologico o politico. È soprattutto un nodo centrale dell’economia illegale regionale. Con oltre 40.000 ettari di coltivazioni di coca nel solo dipartimento del Norte de Santander, la regione rappresenta uno dei cuori pulsanti della produzione di cocaina nel continente. Qui si concentrano coltivazione, trasformazione, stoccaggio e instradamento verso il Venezuela, da cui la droga prosegue verso Caraibi, America Centrale, Stati Uniti ed Europa.
In questo contesto, la guerra tra ELN e dissidenti FARC è una guerra per il controllo delle rendite. Il narcotraffico non è un fattore collaterale, ma il motore principale del conflitto. La cocaina diventa una risorsa strategica paragonabile al petrolio: chi controlla il territorio controlla il flusso di denaro, armi e consenso armato.
La dimensione di confine complica ulteriormente il quadro. Sul versante venezuelano, vaste aree sono da tempo indicate come zone di transito e protezione per gruppi armati colombiani. Le accuse di tolleranza, se non di complicità, rivolte al governo di Caracas rientrano in una narrativa consolidata, difficile da dimostrare ma altrettanto difficile da smentire sul terreno. Il confine non è una linea di separazione, ma uno spazio funzionale alla guerra e al traffico illecito.
La crisi del Catatumbo mette in luce un paradosso centrale della Colombia contemporanea. Mentre a Bogotà si discute di nuove politiche sulle droghe e di revisione dell’approccio repressivo, sul terreno le economie illegali continuano a finanziare gruppi armati che riempiono il vuoto lasciato dallo Stato. La proposta del presidente Gustavo Petro di riconsiderare la guerra alla droga e di depenalizzare la coltivazione della coca si scontra con una realtà in cui ogni segnale di allentamento viene interpretato come opportunità di espansione da parte degli attori armati.
Il risultato è un circolo vizioso: meno controllo statale significa più spazio per le milizie; più milizie significa maggiore dipendenza delle comunità dalle economie illegali; più economia illegale significa maggiore violenza.
Il Catatumbo è la prova che il conflitto colombiano non si è mai realmente concluso, ma si è trasformato. Non è più una guerra ideologica, ma una guerra per il territorio e per le rendite, in cui la popolazione civile paga il prezzo più alto. Finché lo Stato continuerà a intervenire solo in modo emergenziale e non strutturale, questa regione resterà un laboratorio di instabilità permanente.
Qui la pace non fallisce perché manca il dialogo, ma perché manca il potere. E dove il potere non arriva, arrivano le armi.