di Giuseppe Gagliano –
Nelle ultime settimane lo scontro politico tra il governo colombiano e quello statunitense sembrava aver aperto una crepa profonda in un rapporto strategico che dura da decenni. La decisione del presidente Gustavo Petro di sospendere la condivisione d’informazioni con CIA e con altre strutture di sicurezza americane era apparsa come una svolta drammatica. Un gesto di rottura, dettato dalla protesta per il bombardamento di imbarcazioni civili colombiane nel Mar dei Caraibi, che Washington accusava di essere coinvolte nel traffico di stupefacenti. A complicare il quadro era arrivata anche la scelta della Casa Bianca di imporre sanzioni allo stesso Petro e alla sua famiglia diretta, accusandolo di essere parte di reti criminali legate al narcotraffico.
Eppure, dietro la tempesta diplomatica, la macchina operativa sembra non essersi mai fermata davvero.
Già due giorni dopo l’annuncio di Petro, diversi ministri avevano cercato di ridimensionare la portata della dichiarazione presidenziale. Il ministro dell’Interno, Armando Benedetti, aveva parlato apertamente di “malinteso”, assicurando che la Colombia avrebbe continuato a collaborare con le agenzie internazionali, incluse quelle statunitensi, contro il traffico di droga e il crimine organizzato. Un primo segnale che tra la linea politica e la gestione operativa dell’apparato di sicurezza esiste un divario profondo.
La conferma definitiva è però arrivata dalle parole del direttore della Direzione Nazionale di Intelligence della Colombia, Jorge Lemus. Il capo dei servizi ha chiarito che i rapporti con la CIA non si sono mai realmente interrotti. Anzi, secondo lui la cooperazione prosegue “mano nella mano”, con un lavoro congiunto che nel solo 2025 avrebbe portato alla distruzione di oltre diecimila laboratori di cocaina.
La discrepanza tra il discorso politico e la pratica quotidiana non è casuale. La Colombia rimane uno snodo cruciale nella strategia antidroga statunitense, mentre il sostegno tecnico, finanziario e operativo americano resta fondamentale per Bogotá. Interrompere davvero la condivisione di intelligence significherebbe indebolire non solo la lotta ai cartelli, ma anche la stabilità interna del Paese, già messa alla prova da gruppi armati, economie illegali e pressioni sociali crescenti.
Dal punto di vista economico, la cooperazione internazionale è inoltre indispensabile per contenere i danni prodotti dall’economia sommersa del narcotraffico, che continua a deformare interi territori, corrompere istituzioni e scoraggiare investimenti. La dipendenza da questo supporto limita i margini di manovra del governo Petro, che si trova stretto tra la necessità di marcare una postura politica autonoma e la realtà di un sistema di sicurezza ancora legato alla potenza nordamericana.
Lemus ha offerto così una fotografia più sincera del rapporto tra i due Paesi: la cooperazione d’intelligence non può essere sacrificata in nome di una tensione politica, per quanto grave. Washington ha bisogno di Bogotá per mantenere un minimo di controllo sul traffico di droga verso il Nord America. La Colombia, a sua volta, non può rinunciare alla rete di analisi, sorveglianza e supporto tecnologico garantita dagli Stati Uniti.
Le parole del direttore dell’intelligence mostrano quindi una verità spesso taciuta: le crisi diplomatiche possono agitare la superficie, ma nel sottosuolo della sicurezza nazionale prevalgono la continuità e l’interesse reciproco. E la cooperazione segreta, quella che non passa per i microfoni ma per gli archivi riservati, resta il vero termometro dei rapporti tra Stati.
In definitiva, la tempesta politica tra Petro e Washington non ha scalfito l’infrastruttura di collaborazione che da anni sostiene la lotta al narcotraffico. Una realtà che racconta molto più della forza delle istituzioni operative che della volatilità degli scontri diplomatici.




