di Enrico Oliari

Davutoglu ci spera: usare i profughi come arma per ottenere sei miliardi dall’Unione Europea, più la sospensione dei visti per i cittadini turchi, più il riavvio dei processi di adesione alla Casa comune. Anzi, più che sperarci, il premier turco è ancora convinto di riuscire a spuntarla, e giungendo oggi a Bruxelles ha affermato che “Sono sicuro che raggiungeremo gli obiettivi”. Perché “Per la Turchia – ha ribadito Davutoglu – la questione dei rifugiati non ha a che fare con il ‘mercanteggiamento’, si tratta piuttosto di una questione di valori, di valori tanto umanitari che europei”.

Chiamiamoli “valori”. Perché è indubbio che la Turchia si è fatta carico di 2.700.000 profughi siriani, ma che c’entra il riavvio dei processi di adesione all’Unione Europea? La Turchia che arresta i giornalisti e i docenti universitari, che muove la guerra ai curdi per riuscire a fare il governo, che lascia passare sul proprio territorio decine di migliaia di foreign fighter, che ha sostenuto Isis e al-Nusra (al-Qaeda) con i rifornimenti e comprandone il petrolio, è pronta ad essere “europea”?

Solo ieri, dopo settimane di bombardamenti delle città curde e i conseguenti attentati ad Ankara e a Istanbul, il presidente Recep Tayyp Erdogan ha affermato che la “lotta al terrorismo viene prima della democrazia”, una frase che sarebbe stata bene in bocca a un dittatore mediorientale, non a un “europeo”.

E c’è pure la richiesta di quei sei miliardi, davanti ad un’Europa che ne ha offerti tre. Un raddoppio che suona di contrattazione, di “mercanteggiamento”, sulla pelle dei deboli da una parte e degli contribuenti europei dall’altra.

Ma non tutti i Ventotto sono disposti a cedere a Davutoglu purché si tenga i profughi: il primo ministro belga Charles Michel ha dichiarato che “La Turchia sta chiedendo davvero molto, e mi rifiuto di accettare tali trattative, che a volte assomigliano ad una forma di ricatto”. Per l’italiano Matteo Renzi “Il nostro obiettivo resta quello di arrivare all’accordo con la Turchia sull’immigrazione ma partendo dai nostri valori e dai nostri ideali”. Ed ha aggiunto che “Va bene fare l’accordo con Ankara però sia chiaro che se ci sarà, farà da precedente: le regole che saranno valide per la Turchia dovranno essere valide anche per gli altri Paesi da cui ci attendiamo flussi”. Se si concludesse l’accordo a tre miliardi, la parte dell’Italia sarebbe di quasi 250 milioni di euro, il doppio se a tre miliardi.

C’è poi l’annosa questione di Cipro, isola spaccata in due dopo l’invasione del 1974 da parte dei militari turchi e la conseguente proclamazione della repubblica nel 1983 (riconosciuta solo dalla Turchia): oggi Nicosia ha fatto sapere che porrà il veto all’accordo se la Turchia non aprirà i porti e gli aeroporti ai collegamenti con l’isola.

Alla 12ma riunione il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha indicato la possibile mediazione che starebbe in piedi anche davanti al diritto internazionale: in Grecia rimarranno solo coloro la cui domanda di asilo sarà stata accettata, mentre chi non l’avrà presentata o riceverà risposta negativa, verrà riportato in Turchia.

Solo ieri la Corte di Giustizia europea ha stabilito la liceità del rimpatrio in un paese terzo “sicuro” dei migranti che non hanno ottenuto lo status di rifugiato, come indica il “Dublino III”.