Il Consiglio Europeo del 24 e 25 giugno fa slittare in autunno le intese sul piano dei ricollocamenti e rinforza la “dimensione esterna” delle politiche migratorie, per sostenere con 10 miliardi di euro il “modello Turchia” e i Paesi da cui hanno origine i flussi migratori. Per i Paesi di nuovo ingresso in Europa, i più ostili ai ricollocamenti, andrebbe ricordato che l’Italia li ha sostenuti quando erano sull’orlo del collasso e ha dato ampia accoglienza ai loro migranti. C’è bisogno di un “pensiero critico” sull’immigrazione, mentre gli ultimi dati del Ministero dell’Interno confermano la pressione degli sbarchi in +66% rispetto al corrispondente periodo del 2020.
di Maurizio Delli Santi * –
Come era stato annunciato dalle previsioni degli analisti, il Consiglio Europeo del 24 e 25 giugno non ha portato a significativi passi avanti sulle politiche migratorie, almeno per gli auspici più ottimistici di quanti in Italia contavano su una possibile apertura ad un nuovo modello di “redistribuzione” – anche il termine è indicativo dell’approccio con cui si considera un aiuto rivolto a esseri umani – dei migranti dai Paesi di “primo arrivo”.
In buona sostanza, le conclusioni del vertice del Bruxelles hanno confermato le priorità dell’UE: 1) consolidare la “dimensione esterna” della gestione dell’immigrazione; 2) sostenere il “modello Turchia”, da estendere alla Libia e ad altri paesi per preservare la “fortezza europea”; 3) nessuna agenda concreta per un piano dei ricollocamenti dei primi arrivi, il cui esame è rinviato all’autunno.
Secondo diversi osservatori, la strategia del Governo italiano è stata volta a recepire tali posizioni nell’ottica di consolidare l’intesa con la Francia e la Germania per poi rilanciare in autunno la prospettiva del piano di redistribuzione, assolutamente inderogabile per l’Italia che si va sempre più delineando come porta d’ingresso dell’Europa per la pressione migratoria che viene dal Nord Africa e dal Sahel. Ma è anche possibile che nuove ondate migratorie esplodano dall’Afghanistan, per nuovi profughi in fuga dalle incursioni talebane e jihadiste che potrebbero scatenarsi con il ritiro delle forze americane.
Un grande scoglio è rappresentato dall’attuale regime di volontarietà dei ricollocamenti promosso dal premier ungherese Viktor Orbán nel 2018, quando l’Italia, nonostante la precedente obbligatorietà, si era accollata i due terzi dei circa 36mila migranti previsti dagli accordi. Ma proprio l’ultima polemica sorta a Bruxelles sulla legislazione ungherese contro i diritti della comunità LGBT ha indebolito fortemente la già discussa figura di Orbán, che potrebbe rimanere sempre più isolato sulle sue posizioni.
Il documento finale del Consiglio UE è quindi incentrato nell’ affermazione di principio sull’unitarietà della “dimensione esterna” dell’UE, per cui si rimarca la necessità che gli accordi con i Paesi da cui partono i migranti debbano essere siglati non dai singoli Stati europei ma dall’Unione stessa. La priorità è quindi il “modello Turchia”: non avendo chance di accordi sui ricollocamenti, occorre proseguire sulla strategia dei piani di investimenti verso gli Stati terzi che in cambio di aiuti si dichiarano disponibili a proteggere la “fortezza europea”. È la linea che l’Europa intende consolidare con la Turchia, ma anche con la Libia, e che si mira ad estendere ad altri Paesi da cui ha origine il flusso migratorio, prevedendo uno stanziamento stimato in 10 miliardi di euro da attingere dal Fondo europeo per il vicinato, lo sviluppo e la cooperazione internazionale (Ndci).
Sulle conclusioni del Consiglio Europeo le valutazioni non sono tutte univoche. Per esempio, piuttosto critico è apparso sin dal primo momento il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli che ha commentato: “Non è accettabile moralmente che le questioni dell’immigrazione e dell’asilo siano legate alle vicende elettorali degli Stati membri. Ci viene detto che questo tema impatta sulle campagne elettorali, ma non è moralmente accettabile. Il Consiglio deve dare prova di serietà su questa sfida”.
Diversa la posizione invece del premier Draghi, che ha dichiarato apertamente: “Il mio obiettivo non era ottenere un accordo sui ricollocamenti, era prematuro avere un accordo per noi conveniente”. D’altro canto, aveva già anticipato nelle dichiarazioni alla Camera che “al momento una solidarietà obbligatoria verso i Paesi di primo arrivo attraverso la presa in carico dei salvati in mare rimane divisiva per i 27 Stati Membri”. E perciò il Capo del governo ha sottolineato comunque l’importanza di aver ottenuto più realisticamente un cambio di paradigma nell’affrontare il tema dell’immigrazione quanto meno con l’impegno di tutti e 27 gli Stati europei nel finanziare un onere che vale all’incirca dieci miliardi di euro per sostenere i Paesi da cui provengono i flussi migratori. Ha quindi espresso un giudizio positivo anche per quanto affermato dal Consiglio UE sulla stabilizzazione della Libia, specie nella parte in cui si sollecita “il ritiro senza indugio di tutte le forze straniere e dei mercenari”, una linea che va a sicuro vantaggio degli interessi italiani nell’area. Peraltro è altrettanto evidente che, sebbene non sia stata espressa formalmente una dichiarazione nel senso, anche la policy sulla Turchia risponde ad un interesse nazionale di non vedere l’apertura di un altro fronte estremo della pressione migratoria.

Pur nella considerazione di un tema certamente complesso e divisivo in Europa qual è da tempo il tema dell’immigrazione, appare lecito porsi se sia stato fatto tutto ciò che era possibile nei vari contesti europei per sostenere il bisogno urgente di affrontare il tema dei ricollocamenti, una domanda che può apparire retorica o forse anche irriverente rispetto certamente a sforzi impegnativi che la diplomazia e la politica italiana stanno compiendo da tempo, di cui va dato atto.
Negli ultimi tempi poi sono stati superati anche i passaggi della c.d. “diplomazia silenziosa” (v. Notizie Geopolitiche “La sfida dell’Italia sulle politiche migratorie: dalla diplomazia “silenziosa” al nuovo patto sull’immigrazione in Europa”, 5 giugno 2021), per cui i vari leader nazionali hanno iniziato a riproporre la questione in termini più netti e decisi. Lo aveva fatto ad esempio ancora il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli nel corso della Seconda Conferenza Interparlamentare di alto livello su migrazione e asilo in Europa, svoltasi il 14 giugno, nel corso della quale aveva esortato gli interlocutori a “gestire questo fenomeno globale in modo umano”, per “accogliere degnamente e con rispetto le persone e le storie che bussano alle nostre porte ogni giorno”. E aveva indicato due priorità: 1) riproporre un “meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee”; 2) definire un “sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune”. Su questo punto aveva anche voluto precisare che i migranti possono dare un contributo importante alla ripresa della società europea colpita dalla pandemia e dal calo demografico, considerando che “durante la pandemia interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati (…) abbiamo bisogno di una migrazione regolata per la ripresa delle nostre società e per la tenuta dei nostri sistemi di protezione sociale”. Quando poi si è saputo dell’esito infruttuoso sui ricollocamenti lo stesso Sassoli ha commentato: “La dimensione esterna delle migrazioni è essenziale, ma da sola non basta per gestire i fenomeni migratori a livello Ue. Serve una politica comune di immigrazione e asilo al nostro interno“, e ha concluso: “ Il Consiglio deve fare uno sforzo, non possiamo continuare a non avere una politica europea sui ricollocamenti. Quando avviene uno sbarco, succede che “la Commissione telefona” e chiede “chi può prenderne 50, chi può prendere i minori”… può essere così affidatala gestione di un fenomeno come la migrazione ad un meccanismo così volontario?”.
A questo punto sarebbe interessante vedere se nell’ambito dei parlamentari europei questa posizione sia effettivamente condivisa, e se si possano promuovere iniziative, anche nelle grandi coalizioni europee dei partiti, che stimolino il Consiglio europeo a decisioni più pertinenti ed efficaci. Anche se il dubbio che ciò sia concretamente perseguibile, chi svolge un mandato parlamentare per l’Italia a Bruxelles e a Strasburgo ha il dovere di farsi sentire, senza esitazioni e anche con il giusto clamore, ora, ricercando alleanze con i parlamentari di altri Paesi, in particolare di quelli mediterranei come Spagna e Grecia che insieme all’Italia condividono il peso maggiore della pressione migratoria.
Tra le iniziative che si potrebbero intraprendere ve ne sarebbe una che potrebbe risultare efficace, perché è sostenuta dalla forza degli argomenti, specie giuridici ma non solo. Si tratta di richiamare l’attenzione sul Rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa pubblicato il 9 marzo 2021 dal titolo emblematico: “Una richiesta di soccorso per i diritti umani. Le crescenti lacune nella protezione dei migranti nel Mediterraneo”, un documento di particolare rilevanza per i rilievi giuridici e politici che contiene. Notizie Geopolitiche ha già fatto cenno del rapporto nel contributo del 5 giugno, e sarà oggetto di un’analisi dettagliata in Rivista Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, Fascicolo n. 2, Luglio 2021. Ma è bene enunciarne qui ancora i passaggi salienti, ricordando che il Commissario denuncia le gravi inefficienze nelle attività di search and rescue, le conseguenze della politica dell’ostruzionismo “iper-legalizzato” che ha ostacolato le azioni delle ONG, le reiterate condizioni di illegalità dei rimpatri forzati in Libia, l’abuso della pratica del trattenimento prolungato di migranti e richiedenti asilo sulle navi al largo dei porti di accoglienza, e l’inerzia degli Stati nell’ implementare i “ corridoi umanitari” e le “vie sicure e legali”.
Insomma, i parlamentari europei, che sono anche diretta espressione della società civile transnazionale, potrebbero e dovrebbero far sentire più forte la loro voce, anche sfruttando l’argomento polemico proprio nei confronti di quei Paesi di nuovo ingresso in Europa, che sono più ostili ai ricollocamenti, ricordando loro che l’Italia è stata tra i Paesi che li ha sostenuti quando erano sull’orlo del collasso e ha dato ampia accoglienza ai loro migranti.
Quanto all’iniziativa politica e alla tessitura diplomatica dell’azione di Governo, vanno valutati alcuni più recenti passaggi-chiave. Il Premier Mario Draghi nella già accennata fase delle “comunicazioni alla Camera” che precede il Consiglio UE ha posto l’accento su alcuni profili un po’ diversi – anche se non completamente nuovi – della questione, di cui vanno colti alcuni significati più impliciti.
Sotto un primo profilo, l’esecutivo sembrava orientato a rilanciare ancora un’azione di sensibilizzazione più stringente nei confronti degli “Stati di bandiera delle navi europee che effettuano operazioni di salvataggio in mare” (il riferimento è agli Stati di bandiera delle ONG), atteso che “risulta fondamentale, nelle more di una riforma organica delle politiche di contenimento dell’immigrazione e del superamento di Dublino, assicurarsi che (…) collaborino all’individuazione di un porto di sbarco e si assumano la responsabilità dell’accoglienza delle persone soccorse, nel rispetto delle convenzioni internazionali sul diritto del mare”. Si tratta di un discorso ragionevole, che ha anche un preciso fondamento giuridico per il diritto della navigazione, ma è molto probabile che – non essendovi peraltro resoconti sul Consiglio che ne parlino – su questo percorso non si siano trovate le convergenze degli altri Stati europei, che sinora si son ben guardati di condividere gli oneri delle ONG.
Più forte sul piano interno invece è un altro passaggio dell’intervento del premier alla Camera: “Dormire sui problemi non li fa sparire: ora bisogna che l’accoglienza non sia limitata al contenimento, perché esistono i flussi illegali e i flussi legali. I flussi legali non basta importarli legalmente, bisogna integrarli. Se non li integriamo nella società italiana facciamo un danno a noi stessi in primis. Perché questo vuol dire la produzione di esseri potenzialmente ostili, produciamo dei nemici”. Insomma, sembra leggersi un invito a dare priorità più a un progetto realistico di inclusione interna, piuttosto che a una vaga ipotesi di poter trasferire, almeno nel breve periodo, il fardello dei migranti al resto d’Europa.
Si tratta di posizioni certamente da prendere nella giusta considerazione, ma rimane la domanda di fondo che è stata posta poc’anzi: siamo sicuri che tutto ciò che era possibile è stato fatto? Ora, è assolutamente ovvio che le scelte politiche e diplomatiche vanno calate nei contesti e vissute in prima persona, eppure scorrendo la cronologia degli ultimi eventi internazionali si è potuto vedere che il massimo rappresentante del Governo italiano ha saputo porsi in tante circostanze con coraggio e la giusta autorevolezza, talvolta senza ricorrere a sottili diplomazie. Lo abbiamo visto guidare la leadership del G20 in cui ha saputo sostenere la visione del multilateralismo inclusivo diverso dal multipolarismo del G7 di Biden, così come lo si è visto caustico e provocatorio definendo “dittatore” il premier Erdogan e anche con la mossa di portare via la finale degli europei a Boris Jhonson. E non meno forte e deciso è stato anche il suo commento netto “L’Italia è uno Stato laico” di fronte alla nota diplomatica dello Stato del Vaticano a proposito del ddl Zan sull’ omotransfobia. Insomma, il premier è un leader a tutto tondo che, anche in ragione di una fase interna lontana da scadenze elettorali, ha la consapevolezza di poter dire la sua specie in quel contesto europeo dove Macron appare più fragile di fronte alla prossima tornata elettorale e la Merkel è a fine mandato. L’ultimo esempio emblematico della capacità di affermare i “punti fermi” di una visione politica è poi venuto nella stessa serata della riunione del Consiglio Europeo, dove alla cena – una sede dove i toni polemici dovrebbero essere alquanto sfumati – con i vari leader europei si è rivolto senza mezzi termini al premier ungherese Orbán, a proposito della sua legge discriminatoria per le comunità LGTB, ricordandogli l’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea.

Peccato che questo articolo del Trattato, ma anche l’articolo 3 che richiama il dovere di “solidarietà tra gli Stati membri”, non sia stato richiamato con eguale efficacia quando si è discusso dei ricollocamenti, magari anche ricordando con i toni giusti che ben due Commissari per i diritti umani, quelli delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, cui si è aggiunta anche la voce del Prosecutor della Corte penale Internazionale che indaga sulle vicende libiche, hanno richiamato l’Europa all’assunzione delle proprie responsabilità : “I Paesi europei – si legge chiaramente nel report del Commissario del Consiglio d’Europa – devono modificare con urgenza le politiche migratorie (…), si tratta di una questione di vita o di morte, in cui è in gioco la credibilità dell’impegno dei Paesi europei in quanto difensori dei diritti umani” .
Forse poteva essere fatto ancora uno sforzo in più, specie se si considera la fase più critica della pressione migratoria che ora si va delineando in Italia come lo dimostrano le cronache sulle difficoltà del centro di accoglienza di Lampedusa e gli ultimi dati del Ministero dell’Interno. Al 25 giugno gli stranieri irregolarmente sbarcati lungo le coste italiane risultano 19.360 nel 2021, a differenza dei 6576 e dei 2464 stranieri sbarcati nei corrispondenti periodi del 2020 e del 2019. E il trend è destinato ad aumentare nell’avanzare del periodo estivo. Le maggiori pressioni migratorie rilevate – sulla base delle dichiarazioni rese allo sbarco – sono originate da Bangladesh (3116), Tunisia (2854), Costa d’Avorio (1541), Egitto (1524), Eritrea (1140), Sudan (1131), Guinea (1000), Marocco (846), Iran (682), Mali (642), ma vi sono anche 4884 migranti per i quali è ancora in corso l’accertamento sulla provenienza.
Non c’è che confidare in una riflessione ulteriore per ritornare a parlare quanto prima di politiche migratorie in Europa, si spera muniti di dossier più efficaci e convincenti, che i consiglieri diplomatici, ma soprattutto quelli giuridici, sapranno bene come elaborare per sostenere l’azione del premier.
* Membro dell’International Law Association, dell’Associazione Italiana Giuristi Europei e dell’Associazione Italiana di Sociologia.

