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A Parigi i “mea culpa” dei maggiori paesi produttori di emissioni nocive stanno già rimanendo circoscritti ai discorsi di rito.

Cina e India stanno infatti facendo delle resistenze, per cui non si sa quanto Barack Obama, che ieri li ha incontrati, sia riuscito a toccare la sensibilità del presidente cinese Xi Jinping e del primo ministro indiano Narendra Modi.

Quest’ultimo ha già dichiarato al Financial Times che “La giustizia vuole che, con il poco carbone che ancora possiamo bruciare in modo sicuro, i Paesi in via di sviluppo possano crescere”, ovvero che “gli stili di vita di pochi non devono eliminare le opportunità dei tanti ancora ai primi passi della scala dello sviluppo”.

Dello stesso avviso il cinese Xi Jinping, che alla conferenza in corso nella capitale francese ha sì detto che entro il 2030 la Cina raggiungerà il massimo delle emissioni per poi iniziare a scendere, ma ha precisato che la lotta ai cambiamenti climatici “non dovrebbe negare le legittime necessità dei Paesi in via di sviluppo di ridurre la povertà e di migliorare gli standard di vita della propria popolazione”.

Xi Jinping, che si è appellato al principio della “responsabilità differenziata”, è alla guida di un paese responsabile del 30% delle emissioni (16% la seconda posizione, degli Stati Uniti”), e se a contenere l’aumento demografico non concorrerà più la politica del “figlio unico”, ormai abrogata, tutto lascia pensare che saranno le città che oggi arrivano anche a mille mcg/mc di pm 2,5 (il limite dell’Oms è a 25 mcg/mc) a fare da limitatori. A Pechino, la capitale, da due giorni il livello delle pm è a 592 mcg/mc.