di C. Alessandro Mauceri –
Con un giorno di ritardo (un fatto significativo, come vedremo), i 195 paesi intervenuti alla riunione del COP21 di Parigi hanno sottoscritto il documento unico con gli interventi che dovrebbero servire a salvare il pianeta ed evitare che la temperatura media globale cresca in modo insostenibile. Le previsioni parlano di rischio concreto che la temperatura cresca di tre gradi centigradi, ma diversi studi scientifici dimostrano che anche un aumento di soli due gradi avrebbe conseguenze gravi con l’innalzamento del livello dei mari, che porterebbe alla scomparsa di molte città costiere come Napoli o Venezia.
Limitare l’aumento a solo 1,5 gradi, come si sono proposti i leader mondiali incontratisi a Parigi, non sarà tuttavia sufficiente. Joachim Schellnhuber, climatologo del Cbe Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha infatti affermato che “Se la tendenza non verrà modificata, ci sarà un aumento della temperatura entro fine secolo di oltre 5 gradi centigradi”. Inevitabilmente, il riscaldamento globale antropogenico, oltre alla variabilità climatica naturale, causerà cambiamenti nel territorio che in moti hanno cercato di definire, ma che, nel migliore dei casi, potrebbe avere conseguenze terribili.
L’accordo prevede che dal 2020, cioè da quando entrerà in vigore quanto stabilito alla COP21, gli investimenti dovranno tenere conto delle energie rinnovabili e non di quelle ricavate dal fossile, una decisione per Greenpeace che “mette all’angolo le multinazionali del petrolio”.
L’obiettivo (ma qui siamo solo alle buone intenzioni) è quello di contenere la temperatura entro i 2 gradi rispetto all’era preindustriale, 1,5 se possibile, ma per gli scienziati con gli attuali impegni si arriverebbe a un rialzo di quasi 3 gradi.
Per evitare che ciò accada sarebbero stati necessari interventi più drastici. Senza contare che non esiste alcuna certezza che anche gli sforzi promessi diventino realtà. Il problema della dichiarazione presentata e sbandierata a Parigi è che non c’è alcuna certezza che le “promesse” fatte ieri verranno sostenute domani. Il documento sul clima sottoscritto è un protocollo e, come quello di Kyoto, non è vincolante a livello locale. I 196 paesi potranno o meno trasformarlo in legge. Perchè ciò avvenga è necessario che siano rispettate alcune regole: ad averlo ratificato devono essere non meno di 55 paesi, ma, e qui sta il nocciolo della questione, questi devono rappresentare complessivamente non meno del 55 per cento delle emissioni globali di origine antropica (art. 21). Le conseguenza è che potrebbero passare molti anni prima che le promesse diventino vincolanti e ancora di più prima che si cominci ad operare seriamente: in occasione della COP di Kyoto, furono necessari ben otto anni per raggiungere questa soglia. Nel frattempo i vari paesi potranno continuare a distruggere l’ecosistema del pianeta.
Per comprendere l’importanza di questa clausola nell’accordo finale, basti sapere che oggi ad essere responsabile di oltre il 50 per cento delle emissioni di anidride carbonica è solo 10 per cento della popolazione del pianeta, mentre la metà più povera della popolazione mondiale – circa 3,5 miliardi di persone – ne produce solo il 10 per cento, ma è spesso vittima di alluvioni, siccità e altri cataclismi legati alle emissioni dei paesi industrializzati. A confermarlo è il rapporto Disuguaglianza climatica dell’Oxam. “I cambiamenti climatici e la disuguaglianza economica sono indissolubilmente legati tra loro, e insieme rappresentano una delle maggiori sfide del XXI secolo”, ha dichiarato Elisa Bacciotti, direttrice del dipartimento Campagne di Oxfam Italia.
In media, una persona che rientra nell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale è responsabile di emissioni di carbonio 175 volte superiori rispetto ad un cittadino che rientra nel 10 per cento più povero. Una disuguaglianza che, grazie all’articolo 21 aggiunto al protocollo sottoscritto, non potrà che aumentare.
Ma non basta. Uno dei principali motivi che ha causato ritardi nella scrittura dell’accordo è quello dei risarcimenti climatici per le perdite e i danni irreparabili (loss and damage) subìti dai Paesi vulnerabili a un cambiamento climatico innescato dalle economie avanzate. Se il COP21 si è concluso con un giorno di ritardo, è stato principalmente a causa dell’opposizione di paesi come gli Stati Uniti d’America e quelli dell’Ue ad accettare una qualsiasi forma di indennizzo da parte dei paesi poveri, spesso vittime innocenti dei cambiamenti del clima causati da pochi. Secondo quanto scritto nell’accordo firmato ieri (artt. 48/52) non esiste una clausola vincolante sul rispetto dei diritti umani. Il meccanismo internazionale istituito alla COP21, che per il loss and damage rimanda al COP di Varsavia, “non comporta o fornisce per qualsiasi responsabilità o compensazione” (art.52). Si pensi ai danni causati da multinazionali come Exxon in Scozia o BP nelle operazioni di estrazione del petrolio dal fondo dell’oceano, o all’inquinamento causato dalle industrie in Cina o in India.
Anche dal punto di vista demografico ad averla vinta sono stati i paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento globale. Una delle principali cause dei flussi migratori di milioni di persone, oltre alle guerre e al land grabbing, sono proprio i cambiamenti climatici causati dall’inquinamento del pianeta. Ebbene, l’unico intervento previsto dal protocollo sottoscritto a Parigi (e per di più “non vincolante”), prevede l’istituzione di una task force che “sviluppi raccomandazioni per evitare, ridurre al minimo e affrontare” le migrazioni relative agli impatti negativi dei cambiamenti climatici.
Sono questi i risultati di oltre una settimana di lavori a Parigi: i paesi maggiori responsabili dell’inquinamento del pianeta continueranno ad inquinare. Un pochino meno, ma non abbastanza da evitare che la situazione creata negli anni passati continui a peggiorare. I Paesi in via di sviluppo, come Cina e India (che non a caso si sono dette soddisfatte dell’accordo) continueranno ad emettere sostanze inquinanti nascondendosi dietro la giustificazione che a causare i maggiori danni in passato non sono stati loro. I paesi più piccoli, anche quelli che più di tutti hanno a cuore l’ambiente e che hanno adottato politiche ecosostenibili, hanno avuto l’ennesima conferma che il loro peso a livello globale è quasi irrilevante. E, infine, la maggior parte dei paesi “poveri”, quelli in cui vive la maggior parte della popolazione mondiale, hanno avuto la conferma che dovranno continuare a subire le conseguenze dell’inquinamento causato da meno del 10 per cento della popolazione mondiale e non potranno neanche chiedere loro di scusarsi.

