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Per quanto appaia incredibile, la Corea del Nord ha approfittato delle proteste di Ferguson, dove il 9 agosto il poliziotto bianco Darren Willson ha ucciso il 18enne afroamericano Michael Brown, per definire gli Stati Uniti la “tundra dei diritti umani”: un portavoce del governo si è infatti riferito all’uccisione del giovane disarmato e alla decisione di pochi giorni fa del gran yurì di non processare Willson come ad “una chiara prova della reale immagine degli Stati Uniti quale tundra dei diritti umani, dove atti estremi di discriminazione razziale sono apertamente praticati”.

Da notare che il paese orientale resta una dittatura che ancora contempla i Lager, come nel caso del Campo di concentramento di Yodok, 110 km. da Pyongyang, il quale raccoglie in condizioni disumane decine di migliaia di prigionieri politici e persino di cristiani ed appartenenti ad altre religioni: diverse testimonianze parlano anche di bambini reclusi, di numerose persone che hanno tentato di lasciare il paese, come pure di schiavitù, torture, esecuzioni e sevizie.

Quello di Yodo non è certamente l’unico campo di concentramento della Corea del Nord: recentemente l’Onu ha adottato una risoluzione con la quale chiede al Consiglio di sicurezza di deferire Pyongyang alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, su mozione presentata dall’Unione Europea e dal Giappone.

La mozione accusa Pyongyang di praticare abusi “senza paralleli nel mondo contemporaneo”.

Continuando, il portavoce ha affermato che “La grande ironia è che gli Usa cercano di misurare gli altri paesi con i loro standard sbagliati sui diritti umani, mentre loro stessi violano regolarmente i diritti umani”.

Ma, leggendo le sue parole, vien da pensare al bue che dà del cornuto all’asino.