Corea del Nord. Kim lancia missili a ridosso del viaggio di Trump

di Giuseppe Gagliano

Il lancio di missili balistici da parte della Corea del Nord il 22 ottobre, a ridosso del vertice dell’Asia-Pacifico in Corea del Sud, non è un episodio isolato ma un messaggio politico ben calibrato. Con diversi proiettili a corto raggio partiti nei pressi di Pyongyang e tracciati fino a 350 chilometri di distanza, Kim Jong-un ha voluto ricordare alla regione, e agli Stati Uniti, che la forza militare di Pyongyang resta un elemento centrale degli equilibri strategici dell’Asia nordorientale. I lanci, pur caduti nell’entroterra e non diretti verso obiettivi sensibili, hanno un obiettivo politico preciso: condizionare la visita di Donald Trump e rilanciare il ruolo negoziale del regime nordcoreano in un momento di intensa attività diplomatica.
Il viaggio di Trump in Corea del Sud e l’incontro con Xi Jinping rappresentano per Pyongyang un’occasione per rientrare al centro del gioco internazionale. Trump e il presidente sudcoreano Lee Jae Myung hanno discusso l’ipotesi di un incontro con Kim, anche se la leadership nordcoreana non ha ancora risposto. Il solo fatto che questa possibilità sia sul tavolo mostra quanto Pyongyang abbia ancora capacità di influenza. Gli Stati Uniti, pur consapevoli della fragilità della precedente stagione di vertici con Kim, non escludono un contatto simbolico nella zona demilitarizzata, un gesto che avrebbe un forte peso mediatico e politico in una fase segnata da conflitti e crisi globali.
Il regime nordcoreano non ha mai rinunciato alla sua strategia di deterrenza basata sul potenziamento nucleare e missilistico. Negli ultimi dieci anni, ha costruito capacità sempre più sofisticate, comprese armi con gittata intercontinentale potenzialmente in grado di colpire il territorio statunitense. I lanci di ottobre si inseriscono in questa logica: testare la reattività degli Stati Uniti e dei loro alleati, aumentare il proprio potere contrattuale e costringere Washington a considerare Pyongyang come interlocutore imprescindibile. Le condanne formali del Pentagono, pur ribadendo che non esiste una minaccia immediata, confermano che Washington non può ignorare l’escalation.
La crisi nordcoreana si innesta in un contesto regionale segnato da nuove linee di frattura. L’alleanza strategica con la Cina e i recenti contatti con la Russia rafforzano la posizione di Kim in un sistema internazionale polarizzato. Gli Stati Uniti, impegnati su più fronti globali, non possono permettersi un nuovo conflitto in Asia. Da qui la cautela della Casa Bianca, che punta a contenere la provocazione senza chiudere le porte al dialogo. Allo stesso tempo, Seul è costretta a bilanciare la ricerca di stabilità con la necessità di rafforzare la propria difesa.
Pyongyang sa che ogni missile lanciato è anche un segnale di forza negoziale. Trump, in passato, aveva costruito con Kim un rapporto personale che non aveva portato a risultati concreti ma aveva ridotto temporaneamente la tensione. Oggi, con la guerra in Ucraina, la crisi di Gaza e le rivalità con la Cina, Washington ha meno margini di manovra. Kim lo sa e agisce di conseguenza, usando la leva missilistica come strumento di pressione per ottenere concessioni diplomatiche ed economiche.
Il possibile incontro tra Trump e Kim non segnerebbe la fine della crisi, ma potrebbe aprire uno spiraglio di negoziato. La Corea del Nord non intende rinunciare al proprio arsenale, ma punta a usarlo per consolidare il suo status internazionale e ottenere vantaggi economici. Gli Stati Uniti, dal canto loro, dovranno decidere se accettare questa realtà di fatto o rilanciare una strategia di contenimento più aggressiva. In entrambi i casi, il lancio di ottobre segna l’inizio di una nuova fase: meno spettacolare, forse, ma molto più delicata e pericolosa per l’equilibrio strategico dell’Asia.