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Ancora una volta la Corea del Nord ha sfoggiato i muscoli ed ancora si ripete la scena di sempre, ormai con cadenza quasi settimanale: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito su richiesta di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud per discutere di “ulteriori misure significative” nei confronti di Pyongyang alla luce del quinto test nucleare avvenuto nella regione di Puunggye-ri, nel 68mo anniversario della fondazione dello Stato.

La detonazione, giudicata dai militari di Seul come “poco meno forte dell’esplosione della bomba atomica su Hiroshima”, ha provocato un terremoto di magnitudo 5.0 avvertito in tutta l’area.

D’altronde lo scorso 9 maggio i 3.400 delegati al Congresso del Partito dei lavoratori coreani, il primo dopo 36 anni, hanno stabilito di insistere sul programma degli armamenti nucleari allargando l’arsenale al fine di “promuovere la crescita economica e rafforzare la forza nucleare di autodifesa sia qualitativamente che quantitativamente”.

L’iniziativa rispondeva appieno alla richiesta del dittatore Kim Jong-un, per il quale la Corea del Nord deve essere una “potenza nucleare responsabile” e non si ricorrerà agli “ordigni atomici a meno che la sovranità del paesi sia violata da forze ostili e aggressive con testate nucleari”.

L’ultimo test atomico è stato portato a termine il 6 gennaio 2016 sempre presso il centro di Puunggye-ri (il regime parlò di “bomba miniaturizzara all’idrogeno”), mentre i precedenti sono del 12 febbraio 2013, con una potenza compresa tra i 6-7 kilotoni di TNT, dell’ottobre 2006 e del maggio 2009.

Il continuo brandire i muscoli va letto sia in chiave esterna ma anche interna, per giustificare ad un popolo costretto specie nelle zone rurali alla fame le continue spese in armamenti: ora il Consiglio di sicurezza, compresa l’ormai quasi ex alleata Cina, sta valutando quali ulteriori sanzioni infliggere, dal momento che è possibile intervenire solo sugli aiuti alimentari che la Corea del Nord riceve e ciò significherebbe colpire i deboli.