Coronavirus: le responsabilità del governo di Pechino

di Giorgio Bassetti

Il 17 Aprile le autorità cinesi hanno corretto i dati ufficiali sulle vittime del coronavirus aggiungendo circa 1.300 decessi nella città di Wuhan. Il presidente Usa Donald Trump ha mosso pesanti illazioni nei confronti delle autorità cinesi circa la verità sui dati della pandemia in Cina, ma il ministro degli Esteri Wang Yi ha respinto fermamente ogni accusa di poca trasparenza affermando che “il nemico è il virus, non la Cina”.
Dopo aver lanciato una task force dell’intelligence americana per indagare se l’origine del virus possa essere collegata ad un laboratorio (ipotesi già smentita dalle ricerche sul virus che hanno confermato la sua origine naturale e che sia arrivato all’uomo tramite un salto di specie), Trump ha affermato che il suo obiettivo è verificare se la Cina si sia resa intenzionalmente responsabile della diffusione del virus o se invece si sia trattato di un errore e quindi di una fuga del virus. Lasciare intendere che esista la possibilità che la Cina possa avere diffuso il virus in maniera deliberata è un’accusa pesantissima, ancora più grave dell’ipotesi che il virus possa essere sfuggito per errore da un laboratorio di Wuhan o dell’accusa di avere deliberatamente nascosto i veri numeri relativi all’epidemia.
Proprio questi tentativi del presidente americano di muovere accuse pesantissime ma senza alcuna evidenza fattuale a supporto rispondono al proposito di strumentalizzare la questione scaricando il barile delle responsabilità degli effetti devastanti che l’epidemia sta causando negli USA sulla Cina e sull’OMS; all’Organizzazione mondiale della Sanità Trump ha deciso di tagliare i fondi per aver mentito sui dati dell’epidemia, ma si tratta di fumo per nascondere i propri errori, basti pensare che fino al 9 di marzo il presidente Usa ha continuato a paragonare il virus SARS-CoV-2 ad una banale influenza, affermando che la vita negli States doveva continuare normalmente: non ha preso misure preventive fino a quando non si è trovato l’uragano già scatenato dentro casa.
Questo rischia di polarizzare la questione attorno alla figura di Trump e di svilirla a causa delle accuse poco fondate lanciate nel mucchio, ma non deve compromettere il fatto che la questione cinese debba essere affrontata in maniera seria, non per voler cercare una giustificazione a quello che è accaduto e sta accadendo in Italia, in Europa, in USA e nel resto del mondo, non per tentare di scaricare tutte le responsabilità su qualcun altro senza fare una doverosa autocritica per il tentativo di sviare le pressioni interne e nemmeno solo per amore della verità, ma perché deve essere una missione di tutta la comunità internazionale assicurarsi che una situazione del genere non si ripeta mai più.
Il primo medico ad avere segnalato che l’origine del numero insolito di polmoniti registrate a Wuhan nel mese di dicembre potesse essere un nuovo virus simile alla SARS fu fermato e denunciato dalla polizia che lo intimò di non continuare a diffondere false informazioni (il medico in questione ha poi contratto il virus ed è morto il 6 febbraio). La trasmissione uomo-uomo è stata ufficialmente riconosciuta solo dopo la metà di gennaio 2020 (nonostante fosse già stato segnalato alle autorità sanitarie locali dai medici che il contagio non necessitava di un vettore esterno e non si potevano più collegare tutti i contagiati al wet market della città come si era sostenuto inizialmente) e la città di Wuhan è stata messa in Lockdown il giorno 23 gennaio. Nel frattempo almeno 5 milioni di persone si sono mosse dalla città senza restrizioni, e soli 5 giorni prima, il 18 gennaio, si era tenuto un banchetto nelle strade della città in occasione di una festa di quartiere che ha coinvolto nelle strade migliaia di persone.
Il governo cinese ha mentito sul numero dei contagi e dei morti? Possiamo fare solo supposizioni. Il sospetto è lecito, visto lo sviluppo nel resto del mondo (anche se il ceppo europeo sembra essere più contagioso di quello asiatico secondo un recente studio dell’Università del Maryland) e il fatto che il virus a Wuhan (città di circa 10 milioni di abitanti, capoluogo di una regione di 60 milioni) abbia circolato indisturbato per circa un mese.
Quello che è certo però è che, come già successo con la SARS, l’apparato istituzionale e amministrativo cinese, in quanto parte di un regime totalitario guidato da un partito unico senza opposizione interna e che esercita un controllo su tutti i mezzi di informazioni e persino sulle comunicazioni private tra i suoi cittadini online, abbia creato anche in questa situazione un circolo vizioso in cui le autorità locali di Wuhan hanno tenuto nascosti i primi segnali del contagio al governo centrale di Pechino per paura di cadere in disgrazia, e quest’ultimo a sua volta abbia mantenuto una narrativa rassicurante del contagio nei confronti dell’OMS e della comunità internazionale fino a quando non avrebbe potuto fare altrimenti ordinando il lockdown e da quel momento cercando di spostare la narrativa sull’efficienza e la tenacia della Cina nella lotta al virus, fino ad arrivare alla fine del lockdown e all’invio degli aiuti ai paesi in difficoltà (tra cui l’Italia); per quanto apprezzabile, è legittimo chiedersi quanto questi aiuti siano un genuino atto di solidarietà internazionale e non un’operazione di image washing per dipingere la Cina come un benefattore in questa vicenda e fare una pressione indiretta nei confronti dei governi esteri a non indagare le responsabilità di Pechino.
La Cina si è imposta negli ultimi due decenni come potenza mondiale a livello economico e commerciale, l’indignazione globale per le proteste di piazza Tienanmen è ormai un lontano ricordo, l’appello al boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino 2008 da parte delle maggiori personalità e organizzazioni della difesa dei diritti umanitari cadde quasi del tutto nel vuoto e fu condiviso timidamente solo in maniera di principio da alcuni paesi, le proteste di Hong Kong che riempivano le pagine dei giornali sono state presto dimenticate senza avere mai incassato posizioni nette da parte della comunità internazionale. La visione dell’occidente secondo cui il progresso economico della Cina e il suo ruolo sempre più centrale all’interno del panorama internazionale avrebbero portato ad un allentamento della sua stretta totalitaria è andato in frantumi, ma nel frattempo la trasformazione della Repubblica Popolare Cinese in una potenzia mondiale inarrestabile è divenuta un dato di fatto, e praticamente nessuno si trova nella posizione di poter mettere a rischio i propri scambi commerciali con la Cina; l’unico a essersi posto in maniera antagonista, Trump, lo ha fatto su ben altre basi, sempre di natura economica e non per scrupoli ad avere relazioni con un regime, né per genuine preoccupazioni umanitarie. D’altronde l’indignazione dell’opinione pubblica su certi temi è molto altalenante e a livello istituzionale raramente si va oltre le parole, ma ora che le conseguenze di un sistema censorio e repressivo come quello cinese hanno agevolato la diffusione di una pandemia, ci si dovrà chiedere se ci possiamo permettere di accettare tacitamente i rischi e le conseguenze un regime totalitario come leader mondiale di questo secolo.
Dovremo convivere con il regime cinese fino a quando questo sopravviverà, e non è detto che abbia vita più breve dei nostri attuali sistemi istituzionali, ma dobbiamo prendere coscienza che il regime totalitario cinese non si trasformerà nell’attore globale responsabile che molti avevano auspicato e se ne dovrà tenere conto senza falsi perbenismi, soprattutto se dovranno presentarsi nuovamente in futuro crisi di portata pari a quella che stiamo vivendo.