di Gerardo Fortuna –
L’accordo raggiunto il 25 agosto dall’alto rappresentante Onu per il disarmo Angela Kane e le autorità siriane consentirà oggi l’avvio di un’indagine ufficiale circa il presunto utilizzo di armi chimiche nella guerra civile siriana.
Il compromesso raggiunto col regime per ottenere il via libera alle verifiche prevede però che il mandato consegnato agli ispettori Onu si limiti a un mero controllo dell’effettivo impiego di armi non convenzionali, senza che si approfondisca l’eventuale responsabilità di una o dell’altra fazione in lotta, qualora fossero confermati gli attacchi chimici. Se le conclusioni del team di esperti guidato dallo svedese Aake Sellström saranno così svuotate di qualsiasi presa di posizione politica, non può escludersi una successiva strumentalizzazione del dossier da parte delle forze che spingono per un intervento militare, non necessariamente sotto l’egida ONU
Un fatto significativo è che la missione ispettiva sia stata autorizzata dal Segretario generale Ban Ki-moon in persona – nel comunicato SG/A/1397 del 26 marzo 2013 – e venga coordinata dall’Ufficio per il disarmo delle Nazioni Unite, dipartimento del Segretariato guidato proprio dall’inviata speciale a Damasco Angela Kane. Il fatto che il Segretario generale sia stato costretto a prendere motu proprio iniziativa, sta a evidenziare maggiormente l’insuperabile situazione di stallo in seno al Consiglio di Sicurezza sulla questione siriana. D’altro canto non è del tutto originale la circostanza della spinta propositiva di un altro organo delle Nazioni Unite, quando il Consiglio è bloccato in un pericoloso impasse, come insegna la ben nota risoluzione dell’Assemblea generale 377(V) del 1950 meglio conosciuta come “Uniting for Peace”.
In realtà l’impulso del Segretariato mal cela il vero obiettivo di far arrivare ugualmente al Consiglio la drammatica emergenza del problema siriano, sotto forma dei risultati a cui Sellström e la sua èquipe perverranno in questi giorni, che necessariamente dovranno poi essere oggetto di discussione a New York. L’ultima riunione straordinaria del Consiglio – convocata immediatamente dopo i fatti di Ghouta del 21 agosto in cui, secondo fonti vicine ai ribelli, gli attacchi chimici del regime avrebbero fatto circa 1400 morti – si è conclusa con l’ennesima dichiarazione di allerta precauzionale, al solito attenuata dalle obiezioni di Russia e Cina, senza che effettivamente venisse stabilita un’indagine e limitandosi a un generico proposito di fare chiarezza.
Procurare informazioni affinché stavolta i quindici abbiano del materiale reale su cui discutere, e di conseguenza introdurre finalmente la Siria nell’agenda operativa del Consiglio: sembra essere questo lo scopo della Lega Araba e dei Paesi dell’Unione Europea che hanno sponsorizzato fortemente l’invio della commissione di esperti.
È stato già notato come il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon si fosse mosso già a fine marzo consegnando il compito di allestire una squadra d’indagine al professor Sellström, esperto in materia di disarmo, già a capo nei primi anni Novanta della missione UNSCOM – questa sì, autorizzata dal Consiglio – che verificò l’uso di armi chimiche in Iraq durante il secondo conflitto del Golfo. C’è stata dunque nell’ultima settimana una brusca accelerata per quanto riguarda l’aspetto delle ispezioni ONU, fino ad allora del tutto congelate da inizio aprile.
Sellström, in qualità di capo missione, ha potuto selezionare gli altri tredici membri del proprio expertise che avrebbe operato in Siria tra i tecnici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e tra gli esperti dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC). Al contrario dell’OMS, l’OPAC, pur collaborando stabilmente con l’Onu, non è tuttavia un suo istituto specializzato o una sua agenzia. La cooperazione tra i due enti è regolata da un accordo contenuto nella risoluzione dell’Assemblea generale A/RES/55/283 del settembre 2001, nel quale si stabilì che gli esperti messi a disposizione dall’OPAC per l’ONU potevano godere dell’immunità funzionale e dei privilegi concessi agli agenti delle Nazioni Unite.
Questo non fa che rimarcare l’assenza di criteri politici nella composizione del team di esperti. Non bisogna pertanto aspettarsi alcuna accusa diretta nel rapporto finale, né sicuramente le conclusioni degli ispettori potranno costituire una base umanitaria per giustificare un intervento militare che nelle ultime ore sembra sempre più vicino. Quello che si sta cercando, non è assolutamente il casus belli di una nuova occupazione stile Iraq, anche perché le autorità di Damasco hanno dato agli ispettori solo 14 giorni per effettuare i propri controlli: obiettivamente poco, per giungere a qualsiasi risultato, specie se si considera che sono passati già cinque giorni dall’attacco nella periferia di Damasco, e che il monitoraggio di ogni sito, per i criteri dell’OPAC, richiede dalle 24 alle 96 ore. A ciò si aggiunga l’operazione dei governativi siriani che hanno bombardato ripetutamente, sia con l’aviazione che con mortai, i siti incriminati prima di acconsentire all’entrata della missione ONU nel Paese.
Non è un caso che la brusca accelerata, in termini di indagini sull’utilizzo di armi chimiche e in termini di paventato interventismo, sia coincisa con la rapida riconquista di molte posizioni operata dalle forze di Bashar al-Assad. La sottile questione diplomatica sulle ispezioni che hanno cercato di mettere su le cancellerie occidentali e arabe, potrebbe rientrare in un più ampio tentativo di guadagnare tempo, mentre la situazione diventa sempre più svantaggiosa anche in seguito al quasi abbandono del campo siriano di una delle componenti più forti tra i ribelli, la Fratellanza mussulmana ora impegnata sul fronte più caldo di tutti, quello egiziano.

