di Valentino De Bernardis –

Nonostante alcuni ritardi procedurali, giovedì 6 maggio la Corte Internazionale dell’Aja ha fissato la data per il processo contro l’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo per il prossimo 10 novembre.

A giudizio con Gbagbo andrà anche l’ex ministro ed ex capo della milizia (soprannominato il Generale della strada) Charles Blé Goudé, dopo che lo scorso 11 marzo, in fase di dibattito preliminare, la Corte Penale aveva accolto la richiesta formulata in dicembre dal procuratore Fatou Bensouda di unire i due casi in un unico procedimento penale data la contiguità delle accuse rivolte e la comunanza di molti testimoni. Richiesta motivata quindi al fine di garantire la celerità del procedimento e giungere in tempi brevi ad un giudizio finale.

I due correi dovranno rispondere alle accuse di crimini contro l’umanità durante le violenze post elettorali del 2010-2011, che portarono alla morte di circa 3000 persone. Nella sostanza dei fatti dell’epoca, Gbagbo si rifiutò di riconoscere in occasione delle elezioni la propria sconfitta in favore dello sfidante Alassane Ouattara, denunciando brogli non rivelati dagli osservatori istituzionali. In una vana speranza di mantenere il potere, Gbagbo sarebbe stato il mandante politico degli scontri di piazza che destabilizzarono la vacillante stabilità politica ivoriana, cui solamente l’intervento di una forza armata internazionale, sotto l’egida dell’Onu, sarebbe riuscita a porre fine con l’arresto di Gbagbo nell’aprile 2011 ad Abidjan.

Parallelamente la Corte dell’Aja continua anche a perpetrare alle istituzioni ufficiali ivoriane la richiesta di estradizione nei confronti dell’ex première dame Simone Gbagbo, accusata degli stessi crimini del marito. Istanza che continua a trovare un forte diniego da parte africana, dove la Gbagbo è già stata condannata a venti anni di carcere per il suo ruolo durante la crisi post-elettorale.

Le vicende giudiziarie dell’ex presidente da oltre un anno influenzano pesantemente la vita politica della Costa d’Avorio, impegnata ad organizzare delle difficili elezioni presidenziali per il prossimo mese di Ottobre. A pagare il conto più salato è sopratutto l’ex partito del presidente, adesso all’opposizione, il Fronte popolare ivoriano (Fpi) lacerato al suo interno sull’atteggiamento da tenere e sul candidato da scegliere per la presidenza del paese, che difficilmente riusciranno a trovare una sintesi nel brevissimo periodo. Le due principali correnti vedono contrapposti i moderati, smaniosi di voltare pagina e sostenere la candidatura univoca del nuovo leader del partito Pascal Affi N’Guessan, e dall’altra i fedelissimi del presidente in prigione, decisi a fare della liberazione di Gbagbo il perno centrale dell’azione politica del Fpi, sostenendo ad oltranza una sua “candidatura in contumacia”.

Quadro complessivo che si è andato maggiormente polarizzando con l’arresto da parte delle autorità ivoriane di tre membri del Fpi molto vicini alla corrente pro-Gbagbo. Trattasi nello specifico di Sébastien Dano Djédjé e Justin Koua, con l’accusa di attentare all’ordine pubblico, e di Oulaye Hubert, accusato di complicità negli scontri che nel giugno del 2012 causarono la morte di sette caschi blu nigeriani (facenti parte dell’Operazione dell’Onu in Costa d’Avorio – Onuci) e di otto civili nei pressi di Guiglo.

Da una tale situazione di caos a trarne i benefici è solamente l’attuale presidente uscente Ouattara, che senza eccessivi sforzi si vede spalancare le porte verso una scontata rielezione. Ad ogni modo, sebbene il governo abbia classificato come necessario l’intervento della polizia contro i tre esponenti del Fpi, il fatto che membri dell’opposizione siano arrestati a cinque mesi dall’appuntamento elettorale, rappresenta un segnale preoccupante per la libertà di espressione di ogni paese, come ha tenuto a denunciare, in un comunicato del 7 maggio, anche l’organizzazione Amnesty International.

@debernardisv