di Giuseppe Gagliano

L’economia costaricana è finita nel mirino di Washington. Il governo degli Stati Uniti ha annunciato un nuovo dazio del 15% sulle esportazioni provenienti dalla Costa Rica, provocando una reazione immediata da parte del governo di San José. Il presidente Rodrigo Chaves e il Ministero del Commercio Estero hanno chiesto formalmente la sospensione delle misure tariffarie, previste per entrare in vigore il 7 agosto. Il motivo? Un surplus commerciale costante a favore della Costa Rica, che l’amministrazione Trump ha deciso di punire con una logica da bilancia commerciale “a somma zero”.

Il Comex ha respinto le accuse di scorrettezza economica, sottolineando che il surplus deriva dalla competitività delle esportazioni nazionali e non da pratiche sleali. Tuttavia la logica protezionistica dell’attuale Casa Bianca non guarda ai meriti, ma agli squilibri numerici. La nuova tassa rientra infatti in un pacchetto più ampio che prevede un dazio del 30% per i Paesi senza accordi commerciali con gli USA e una tassa del 15% per quelli, come la Costa Rica, che esportano più di quanto importino. Nel mirino, insieme a San José, anche Ecuador, Venezuela e Bolivia.

Secondo la Camera degli Esportatori (Cadexco), il nuovo dazio metterà a rischio la competitività dell’intero comparto produttivo, già penalizzato da fattori interni: cambio instabile, carenze infrastrutturali, alti costi energetici e rigidità normative. Con circa il 33% dell’occupazione nazionale legata all’export, pari a oltre 700mila posti di lavoro, e con gli USA che assorbono il 47% delle esportazioni costaricane, l’impatto potrebbe essere devastante. Gli USA, inoltre, rappresentano il 70% degli investimenti diretti esteri in Costa Rica. In breve: colpire l’export significa minare l’intera struttura economica del Paese.

Cadexco chiede un intervento diretto del presidente Chaves con Trump, e propone contromisure strutturali: l’approvazione del modello lavorativo 4×3 (4 giorni di lavoro da 12 ore, seguiti da 3 di riposo), nuovi incentivi per le zone franche, riforma dell’istruzione tecnica e investimenti in infrastrutture. La posta in gioco è duplice: da un lato evitare una crisi occupazionale; dall’altro preservare la reputazione della Costa Rica come partner affidabile nel commercio globale.

La mossa americana non è isolata. Rientra in una strategia più ampia con cui l’amministrazione Trump ricalibra la propria presenza in America Latina. Il linguaggio è quello dei dazi e delle pressioni unilaterali, ma il messaggio è chiaro: chi non si allinea, paga. E questo vale sia per l’energia (vedi India), sia per il commercio (Costa Rica), sia per la sicurezza (come nel caso del Somaliland).

Parallelamente al contenzioso commerciale, riaffiora la questione migratoria. Un documento ottenuto da Reuters rivela che Washington ha destinato quasi 8 milioni di dollari per finanziare le deportazioni dalla Costa Rica, nell’ambito di un accordo firmato sotto la presidenza Biden. L’operazione verrà gestita dal Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) in collaborazione con le autorità costaricane e comprenderà formazione tecnica per migliorare le capacità dell’Ufficio immigrazione locale. Un’iniziativa che sottolinea la crescente subordinazione dei Paesi centroamericani agli interessi statunitensi, anche in materia di controllo dei flussi migratori.

Il governo Chaves aveva accettato a inizio 2025 di ospitare temporaneamente 200 migranti provenienti da Africa, Asia ed Europa, con l’obiettivo di procedere poi al loro rimpatrio. Ma secondo fonti locali, molti di loro sarebbero ancora sul territorio costaricano. Un’ulteriore dimostrazione delle difficoltà operative e politiche che il Paese affronta nel tentativo di gestire, senza strumenti adeguati, il peso di decisioni prese a Washington.

Il caso costaricano è emblematico di una tendenza più ampia: i Paesi economicamente dipendenti dagli Stati Uniti si ritrovano vulnerabili non solo alle decisioni politiche, ma anche agli umori elettorali e alle derive protezionistiche. In un mondo dove il commercio non è più regolato da norme multilaterali ma da misure punitive unilaterali, essere virtuosi non basta più. Serve capacità negoziale, resilienza interna e visione strategica. Tutte doti che, ora più che mai, la Costa Rica è chiamata a dimostrare.