Costa Rica. Tinoco denuncia all’ONU il rischio di una guerra nucleare

di Giuseppe Gagliano

Quando un piccolo Paese centroamericano, tradizionalmente neutrale e privo di esercito, prende la parola all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per avvertire che il rischio di un conflitto nucleare è “al massimo degli ultimi decenni”, il messaggio non può essere liquidato come retorica diplomatica.
Il ministro degli Esteri Arnoldo André Tinoco ha lanciato un appello che fotografa il disordine strategico globale: arsenali atomici di nuovo centrali, corsa agli armamenti, fragilità delle istituzioni multilaterali e crisi umanitarie senza risposta.
Secondo San José, le armi nucleari non sono più strumenti di sola deterrenza ma leve di coercizione politica. Tinoco ha avvertito che qualsiasi detonazione, volontaria o accidentale, produrrebbe danni umanitari e ambientali irreversibili, ribadendo che “l’unica garanzia è la loro eliminazione completa, verificabile e irreversibile”.
Il monito colpisce in un’epoca in cui la diffidenza reciproca fra potenze, cioè USA, Russia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, ha riaperto scenari da guerra fredda, mentre i negoziati per il controllo degli armamenti sono di fatto in stallo.
Tinoco ha denunciato l’aumento generalizzato delle spese militari, contrapponendolo ai 300 milioni di persone che necessitano di assistenza immediata, di cui solo 190 milioni la riceveranno: “Ogni dollaro speso in armi è un dollaro sottratto al dialogo e mina la fiducia nelle istituzioni multilaterali”.
Ha citato Sudan, Gaza e Ucraina come emblemi di crisi in cui il ritardo internazionale nell’assistenza alimenta conflitti e migrazioni forzate.
Il ministro costaricano ha richiamato i casi di Venezuela, Nicaragua e Haiti come esempi di come la mancanza di coordinamento multilaterale apra spazio a violazioni dei diritti umani, esodi e penetrazione del crimine organizzato transnazionale, spesso legato al narcotraffico.
È un messaggio rivolto anche agli attori regionali: senza cooperazione internazionale, l’instabilità si espande ben oltre i confini nazionali.
Nella visione di San José, la sicurezza internazionale non può più ignorare l’impatto della tecnologia emergente. Tinoco ha riconosciuto le potenzialità positive dell’intelligenza artificiale, ma ha denunciato i rischi di disinformazione di massa, cyberattacchi e uso di sistemi d’arma autonomi, affermando che “nessun algoritmo dovrebbe decidere della vita o della morte”.
Ha proposto un trattato giuridicamente vincolante entro il 2026 per limitarne l’impiego militare: un terreno su cui le grandi potenze sono però divise.
L’intervento ha ricordato che il Costa Rica, pur senza arsenali né conflitti, è già colpito da uragani, siccità, innalzamento del mare e acidificazione degli oceani: fattori che intaccano agricoltura, energia e stabilità sociale.
Questa “tripla crisi planetaria” lega ambiente, economia e sicurezza, spingendo Tinoco a sostenere che la sicurezza globale non può più essere letta solo in chiave militare.
La posizione di San José riflette la strategia dei piccoli Stati che cercano nel multilateralismo la propria protezione. Ma il discorso tocca nodi che riguardano tutti: il ritorno dell’atomica come strumento di pressione, il primato della spesa militare, l’uso ambiguo della tecnologia e il vuoto di governance globale.
In controluce, l’appello costaricano segnala che il “disordine strategico” non è più confinato alle grandi potenze ma incide anche sulle regioni periferiche, minacciando stabilità, commercio e sviluppo.
La lezione di Tinoco è che sicurezza e pace oggi significano gestione integrata di minacce nucleari, climatiche, umanitarie e digitali.
Resta da vedere se le grandi potenze, divise da rivalità economiche e geopolitiche, sapranno raccogliere l’invito di un piccolo Paese che non ha carri armati né testate nucleari, ma che avverte con chiarezza il costo dell’inerzia globale.