di Enrico Oliari –

Sarà stata la pressione della comunità internazionale, saranno state le proteste degli ucraini e dei tatari, il tonfo della borsa di Mosca, o ancora il fantasma delle sanzioni, fatto sta che sempre più segnali indicano un ripensamento della politica aggressiva di Vladimir Putin nei confronti della Crimea.

Già ieri sera l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite Vitaly Churkin, pur facendo la voce grossa in uno stile più sovietico che contemporaneo, ha cercato una mezza scappatoia in occasione della riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza scaricando la responsabilità della crisi sul presidente deposto Viktor Yanukovich, ovvero riportando che “Il presidente legittimamente eletto dell’Ucraina ha fatto appello al presidente Putin a utilizzare le forze armate della Russia per ripristinare lo Stato di diritto in Ucraina”.

Oggi è stato lo stesso capo del Cremlino a ordinare, come ha riportato il portavoce Dmitry Peskov, “alle truppe e alle formazioni che hanno preso parte alle esercitazioni militari” nei distretti militari centrale e occidentale di questi giorni “di tornare ai loro posti di schieramento permanente”. Ed anche qui, in perfetto stile sovietico, è stato spiegato che il comandante supremo delle Forze Armate della Russia ha preso atto del “successo dell’esercitazione” a sorpresa che aveva ordinato nei giorni scorsi per i distretti a ridosso dell’Europa e della stessa Ucraina; il ministero della Difesa ha quindi comunicato che il ritiro delle truppe sarà ultimato entro il 7 marzo.

Intanto dal ministero degli Esteri si è appresa la disponibilità a “discutere la situazione ucraina e i modi per uscire dalla crisi con i partner occidentali”, ma “ci sono comunque due richieste che sono di fondamentale importanza per noi”, ovvero “l’attuazione dell’accordo del 21 febbraio, che apre la strada alle riforme costituzionali e alla formazione di un governo di coalizione”, e della “ampia partecipazione di tutte le forze politiche ucraine in questo processo”.

Un cambiamento di posizione radicale che sta portando all’abbandono di quelle popolazioni russofone della Crimea che rappresentavano per Mosca il “casus belli”, una necessità dettata da un insieme di fattori dovuti, probabilmente, alla presa d’atto che la Russia di oggi non è l’Unione sovietica di ieri: alla sola minaccia delle sanzioni internazionali, o meglio, della chiusura dei mercati con gli Stati Uniti e con i paesi europei, il tonfo della borsa di Mosca è stato di quasi l’11%, ed ha ricominciato a salire solo dopo l’allentamento delle tensioni.

Come è stato spiegato in questi giorni dal capo economista della Ihs, Nariman Behravesh, alla conferenza Ihs Cera Week (Settimana dell’Energia) di Huston, “La Russia è oggi molto più integrata rispetto a dieci anni fa e ciò significa, per l’Europa e gli Stati Uniti, avere a disposizione una leva decisamente più forte” per cui, in caso di sanzioni, “La Russia ha molto da perdere”; ed anche Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations ed ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa, ha avvertito che “Se la Russia non dovesse ritirarsi, potremmo assistere a un cambiamento nelle politiche energetiche statunitensi, con il via all’export di petrolio e all’aumento del numero dei Paesi che possono ricevere gas”.

In mezzo agli Stati Uniti e alla Russia c’è, non solo geograficamente, Bruxelles, dove la sola ipotesi delle sanzioni ha portato alla luce quell’antico vizio di un’Unione dalla politica estera frammentata, dove gli interessi nazionali ancora surclassano quelli comunitari: la bozza del documento finale dei 28 ministro degli Esteri riunitisi a Bruxelles parla di “future sanzioni mirate” da considerare “in assenza di una soluzione concordata”, poiché è pacifico che con il gigante russo non si scherza, specie in tema di energia. Roma, Parigi e Berlino non hanno mollato proprio per il fatto che con Mosca ci sono intese, accordi commerciali e buoni rapporti, un toccasana in un’epoca di crisi qual è quella attuale. Solo al vertice italo-russo di Trieste dello scorso 26 novembre, ad esempio, Italia e Russia hanno firmato 30 accordi di cooperazione, alcuni dei quali inerenti il campo dell’energia, ma i legami con la Russia interessano molti paesi dell’Unione europea: sembra davvero poco probabile che, improvvisamente, si mandi tutto all’aria per acquisire nella propria orbita di interesse un paese dissestato economicamente e sull’orlo del fallimento, il cui risanamento richiederebbe un assegno urgente di 50 mld di euro: l’Ucraina.