di Valentino de Bernardis –
Domenica 11 settembre poco meno di quattro milioni di croati saranno chiamati alle urne per il rinnovo del parlamento nazionale, in quelle che sono le prime elezioni anticipate dalla nascita del paese dopo la disgregazione della Jugoslavia.
Una tornata elettorale straordinaria, ma per certi aspetti attesa da molti dopo il sostanziale equilibrio registrato alle elezioni dello scorso novembre, tra i conservatori riuniti attorno all’Unione Democratica Croata (HDZ) e i progressisti della coalizione con a capo i Socialdemocratici (SDP). Uno stallo politico di oltre due mesi risoltosi solamente con l’infausta avventura del governo Orešković, nato con una ben chiara data di scadenza (nessun analista politico pensava di fatti che esso potesse portare a termine la durate naturale del suo mandato) da un connubio tra HDZ e la lista indipendente MOST, in cui tutti a partire dal primo ministro avevano da perdere.
Ad una settimana dall’apertura delle urne, le premesse di questo voto non sembrano molto dissimili da quelle di un anno fa, con un paese fortemente polarizzato tra conservatori e progressisti, accompagnato da sprazzi di antipolitica e populismo, il tutto all’interno di una crisi economica tutt’altro che superata.
L’obiettivo dichiarato dei maggiori partiti rimane sempre quello di superare la fatidica quota di 76 deputati, necessari per ottenere la maggioranza in parlamento e poter attuare il proprio programma politico su un orizzonte temporale di quattro anni come previsto dalla costituzione. A scanso di scandali o scivolate dell’ultimo momento, ad oggi nessuna coalizione sembra poter riuscire ad assicurarsi la necessaria maggioranza a governare, per questo è molto probabile la ricerca spasmodica di alleanze post-elettorali già dal 12 settembre.
Dando per improbabile una grande coalizione tra HDZ ed SDP, la lista indipendente MOST potrà nuovamente giocare il ruolo di ago di bilancia. Difatti, pur non riuscendo a ripetere l’exploit del 13% dei voti ottenuto nel novembre 2015, stando agli ultimi sondaggi, MOST dovrebbe riuscire comunque ad attestarsi al di sopra delle due cifre percentuali, ottenendo un numero di parlamentari da cui nessuno di coloro he miri alla guida del paese potrà prescindere.
Sulla falsariga di quanto accaduto alla vigilia del voto del 2015, conscio di questa potenziale posizione di forza, il leader Božo Petrov (vice primo ministro uscente) sabato 2 settembre ha fatto pervenire ai possibili partner di governo, attraverso gli organi di stampa, una lista di sette punti programmatici per poter sperare di ottenere i voti di MOST in parlamento. Un piano programmatico chiaro che varia dalla riforma della legge elettorale, ad una maggiore trasparenza del finanziamento pubblico ai partiti, fino ad arrivare all’abolizione di alcune tasse in favore della piccola e media impresa. Progetto ambizioso, per certi aspetti propagandistico e forse finanche populista in alcune parti, ma con il quale sia HDZ e SDP saranno forzate a confrontarsi per poter sperare di governare il paese. Quanto poi il confrontarsi possa sfociare in una sintesi condivisa è difficile da prevedere, mentre è molto probabile che qualora queste sintesi si dovessero riuscire a trovare, esse saranno al ribasso come già accaduto durante il governo Orešković, rischiando di far ricadere il paese nella palude dell’immobilismo dell’azione dell’esecutivo.
Il recente passato di certo non ci permette di guardare con forte ottimismo al futuro, e qualora l’esito del voto di domenica prossima dovesse ricalcare a grandi linee quello di novembre 2015 ogni ipotesi sembra poter essere sul tavolo: rinnovata alleanza HDZ-MOST, alleanza SPD-MOST, governo di minoranza SDP con appoggio esterno di MOST, ritorno alle urne del 2017. Gabinetti fragili, e forse incapaci di portare avanti quella decisa azione riformatrice politico-economica di cui il paese ha sempre più bisogno, stretto tra le pressioni in arrivo da Bruxelles, e quelle del proprio elettorato di riferimento, a cui il ritardo accumulato nell’ultimo anno non ha fatto bene.
In attesa di vedere quali saranno i risultati ufficiali il 12 settembre, è opportuno fare delle precise considerazioni sulla evoluzione del panorama politico croato degli ultimi anni. Se con troppa facilità si è sempre fatto ampio riferimento al concetto di balcanizzazione per indicare uno stato di endemica fragilità di un Paese, con un forte indebolimento della struttura politica-istituzionale dello stesso, la Croazia sembra aver aperto le porte ad un nuovo neologismo geopolitico. Zagabria si appresta a vivere un processo di profonda mediterranizzazione, cioè un quadro di stallo politico seguente a continue elezioni politiche, caratterizzate da un risultato poco chiaro con la nascita o meno di governi a tempo, incapaci di una vera e propria azione riformatrice, ostaggio di innaturali alleanze parlamentari. Zagabria come Madrid, Roma ed Atene.
Twitter: @debernardisv
Le opinioni espresse in questo articolo sono a titolo personale.

