di Valentino De Bernardis –

corazia_elezioniA ventiquattro ore dalla chiusura dei seggi, con il 99,98% dei voti scrutinati, è possibile fare delle prime considerazioni sul voto presidenziale in Croazia.

In termini di risultati ufficiali le elezioni hanno seguito un copione ampiamente previsto, con il ricorso al ballottaggio l’11 gennaio tra il presidente uscente Ivo Josipovic, candidato della coalizione di centrosinistra con a capo il Partito Socialdemocratico (Socijaldemokratska partija Hrvatske, SDP), e Kolinda Grabar Kitarovic, esponente del centrodestra, supportata da una coalizione guidata dal Unione Democratica Croata (Hrvatska demokratska zajednica, HDZ).

Di contro, del tutto inaspettato è il margine di distacco tra i due contendenti, poco più dell’1% (circa 24 mila voti), che ha di fatti azzerato il distacco di oltre il 10% annunciato dai sondaggi condotti da giugno a dicembre.

Raffrontando la prestazione elettorale di Josipovic con la medesima del dicembre 2009, nonostante egli sia riuscito ad aumentare il suo bacino elettorale sia in termini assoluti (687.558 voti contro 640.594) che in percentuali (38,50% contro 32,42%), il risultato si può descrivere come al di sotto delle aspettative. Non è un mistero infatti che, negli ambienti interni al SDP, vi era persino la sottaciuta speranza di una vittoria al primo turno. E’ inoltre interessante notare come a differenza di quanto accadde nel 2009, quando Josipovic risultò essere in testa alle preferenze in tutte le regioni, ad eccezione dell’Istria e della Lika e Signa, questa volta sono stati molti i dipartimenti in cui il presidente uscente ha dovuto cedere il primato al candidato dell’HDZ.

L’inattesa rimonta della coalizione di centrodestra è senz’altro figlia di un successo personale della Grabar Kitarovic e di una campagna elettorale sempre aggressiva, volta a far percepire il voto per la presidenza della repubblica come un voto sull’esecutivo croato (anche esso nelle mani del SDP). L’importanza di intercettare il voto dei contrari alle politiche governative è stato di importanza cruciale, in un paese attanagliato da sei anni di recessione, e da un 2015 che si prevede a crescita zero. A guidare la sua buona performance è stato il quasi plebiscito ottenuto dal voto dei croati

all’estero, dove Grabar Kitarovic ha raggiunto il 77,15% delle preferenze (cioè a dire 15.898 voti su un totale di 20.600) contro l’11,43% di Josipovic.

Nella corsa alla presidenza, un risultato degno di nota, e chiaro campanello d’allarme per la classe politica croata, è rappresentato dall’outsider Ivan Vilibor Sincic che, senza il sostegno di alcuna formazione politica tradizionale, ha raggiunto il 16,42% dei voti, con 293.562dei voti. Studente di ingegneria elettrotecnica, 24 anni, Sincic si è presentato agli elettori come l’unica alternativa realmente esistente, slegato dalle logiche di partito e dai giochi d’interesse sottobanco, ma soprattutto come rappresentante dell’Ong Živi zid (letteralmente Muro vivo, ma solitamente tradotto come Scudo umano). Nata nel 2012, all’indomani delle manifestazione di piazza contro la crisi economica e del susseguirsi dei casi di corruzione della classe dirigente croata, Živi zid è salita agli onori della cronaca grazie al supporto sempre crescente che ha dato ai cittadini sfrattati in tutto il paese, e alle dure campagne per il diritto inalienabile alla casa. Perfetta cartina di tornasole dell’avventura politica dell’Ong è la regione dell’Istria, dove il suo candidato Sincic è riuscito ad ottenere il 20,08% dei voti, bel al di sopra del 14,25% di Grabar Kitarovic.

Sebbene molti analisti abbiano da subito ridimensionato il successo elettorale di Živi zid come figlio dell’antipolitica e del voto di protesta, rimane pur sempre un’espressione elettorale con il futuro presidente della repubblica dovrà forzatamente fare i conti.

Twitter: @debernardisv