di Valentino De Bernardis –

Come nelle attese, finale di legislatura travagliato per il governo Zoran Milanovic, impegnato su più fronti per arrivare alla scadenza naturale del proprio mandato (dicembre 2015). La coalizione Kukuriku priva di una vera maggioranza politica-numerica in parlamento, da alcuni mesi continua a contare sul supporto esterno di sei parlamentari indipendenti per rimanere in carica, situazione che ne limita l’azione, e l’impegna a trovare sempre un compromesso che non scontenti nessuno.

Le questioni aperte sul tavolo sono molte, e gli alleati della Kukuriku (i socialdemocratici del SDP che esprimono anche il capo dell’esecutivo) sono costretti a guardarsi le spalle non solo dall’opposizione che si riunisce principalmente attorno ad conservatori di HDZ, ma anche dai fuoriusciti dai partiti di coalizione (su tutti SDP e i liberal-democratici di HNS) che rischiano di azzerare completamente le già esigue possibilità di ottenere un secondo mandato alla guida del paese. In questo quadro di difficili alchimie politiche si va inserendo il recentissimo annuncio del governo di aumentare le accise sul tabacco e sulla benzina necessarie per far quadrare i conti dello stato ed evitare un richiamo ufficiale di Bruxelles.

La coabitazione. Il latente scontro istituzionale tra il presidente nella repubblica Grabar-Kitarovic (HDZ) e il capo dell’esecutivo Milanovic (SDP) si è nuovamente infuocato lo scorso 15 aprile, quando né il primo ministro, né alcun altro membro del partito di maggioranza relativa, ha deciso di accettare l’invito alle consultazioni rivolto dal Pantovcak a tutte le forze politiche per discutere la difficile situazione economica del paese. L’assenza non giustificata dei socialdemocratici ha offerto l’opportunità al presidente di sfruttare politicamente l’accaduto, invitando Milanovic a “mettere gli interessi nazionali davanti a quelli personali”. I difficili rapporti tra le due più alte cariche istituzionali avevano conosciuto un elevato periodo di tensione anche lo scorso febbraio. Il neo presidente a pochi giorni dal suo insediamento ufficiale (19 febbraio) aveva invitato il primo ministro a rassegnare le dimissioni per aver fallito nel rilancio economico del paese, da ormai molti anni in recessione. Dato che il ruolo della presidenza è precipuamente cerimoniale, con maggiori prerogative in ambito di difesa nazionale e politica estera, molti specialisti del settore avevano percepito l’invito di Grabar-Kitarovic come un intervento a gamba tesa, ben al di là del proprio mandato costituzionale.

I fuoriusciti dalla coalizione Kukuriku. A mettere maggior pressioni all’esecutivo in carica è certamente il fuoco amico, o meglio ex amico, che nell’ultimo periodo si è particolarmente intensificato. Nei quattro anni trascorsi dalle scorse elezioni parlamentari, la coalizione Kukuriku ha perso lungo la strada il sostegno di molti esponenti politici di primo piano, a causa di alterne vicende (scandali, dissidi personali, scontri politici).

L’ex ministro dell’ambiente di Mirela Holy (Dicembre 2011-Giugno 2012) dopo aver rassegnato le dimissioni dal proprio incarico, e dai socialdemocratici, ha fondato un proprio partito di stampo ambientalista denominato Sviluppo Sostenibile per la Croazia (ORaH). Presente con un parlamentare in parlamento, ORaH ha ha avuto la possibilità di affrontare l’esame delle urne alle passate elezioni europee di maggio 2014, ottenendo il 9,42% delle preferenze.

La decisione dell’ex presidente della repubblica Ivo Josipovic di non rientrare nel suo partito di provenienza (SDP) come da consuetudine, era già di per sé un chiaro segnale dell’intenzione di voler creare una nuova entità politica, dove poter giocare ancora un ruolo da protagonista in prima persona. Intenzione esplicitata ad inizio aprile, quando durante una conferenza stampa Josipovic ha annunciato l’assemblea fondativa del nuovo soggetto politico per metà maggio 2015.

L’ultimo personaggio su cui sono puntati gli occhi degli analisti politici è l’ex ministro dell’economia Radimir Cacic. Costretto a dimettersi dalla carica nel 2012 dopo una condanna per omicidio colposo, a seguito di un incidente stradale in Ungheria in cui morirono due persone, successivamente fu anche esautorato da tutte le cariche ed espulso dai liberal democratici. Tornato in libertà e in piena riabilitazione politica nell’estate del 2014, Cacic ha intrapreso una nuova avventura politica con la formazione del Partito Popolare – Riformisti, che può contare nel supporto di tre deputati in parlamento. Sebbene alle presidenziali di Gennaio i Riformisti abbiano deciso di sostenere la corsa di Josipovic per un secondo mandato, il partito al momento non sembra intenzionato di entrare nell’orbita del SDP, e l’ipotesi che esso intenda dar vita ad alleanze post-elettorali per giocare il ruolo di ago della bilancia acquista sempre maggiore concretezza.

Qualsiasi sia il risultato elettorale dei tre nuovi partiti sopraelencati, il dato da tenere in considerazione è che tutti andranno a cercare voti in quella stessa base elettorale che nel 2011 aveva assicurato il successo elettorale dei socialdemocratici e dei propri alleati.

La minoranza interna al SDP. L’impegno di Milanovic ad affermare la propria leadership all’interno del SDP ha creato numerose frizioni all’interno dello stesso, ormai diviso in varie correnti interne. L’espulsione dell’ex sindaco di fiume, ed ex ministro delle Finanze Slavko Linic dal partito (maggio 2014), ha creato di fatti pesanti malumori, ancora non completamente metabolizzati, e rafforzato il silente schieramento anti-Milanovic. Forti personalità, come l’europarlamentare Tonino Picula e l’ex ministro delle infrastrutture e attuale presidente della Regione litoraneo-montana Zlatko Komadina, qualora il partito dovesse perdere le elezioni o uscirne fortemente ridimensionato sono certamente i principali candidati a tentare una scalata e provare a defenestrare Milanovic. In una scenario quello che rimarrebbe da capire è che tipo di partito si troverebbero a guidare, e la possibilità di riacquistare sostegno dai propri elettori.

@debernardisv