di Paolo Menchi –
A Perico, nella provincia di Matanzas, i residenti hanno vissuto un blackout storico: 27 ore consecutive senza elettricità, con gravi conseguenze sull’approvvigionamento di acqua potabile e sulla conservazione degli alimenti. La lunga interruzione non solo ha colpito la vita quotidiana, ma ha anche spinto alcuni cittadini a manifestare la propria frustrazione dipingendo con vernice nera un cartellone del presidente Miguel Díaz-Canel.
In alcuni quartieri la situazione sarebbe ancora più drammatica: nella zona di Las Canteras, ad esempio, gli abitanti sembra abbiano trascorso otto giorni consecutivi senza luce a causa di guasti ai trasformatori locali.
La crisi energetica cubana è il risultato di decenni di sfruttamento e scarsi investimenti. Attualmente, sei delle venti unità termoelettriche dell’isola sono fuori servizio, mentre 36 centrali di generazione distribuita sono inattive per mancanza di carburante. Il quadro è allarmante: in città come Santiago de Cuba e Holguín si registrano blackout superiori alle 20 ore giornaliere, mentre a L’Avana la popolazione deve abituarsi a rimanere senza luce fino a 10 ore al giorno.
Gli effetti sono devastanti: ospedali, scuole e famiglie intere si trovano a convivere con la precarietà di un sistema energetico ormai esausto, incapace di garantire un servizio stabile.
Secondo stime indipendenti, servirebbero tra 8 e 10 miliardi di dollari per rilanciare il sistema elettrico, una somma fuori dalla portata dell’attuale governo.
I blackout non sono soltanto un dramma sociale, ma rappresentano anche un ostacolo insormontabile per l’economia nazionale. I dati ufficiali parlano chiaro: il PIL cubano è sceso dell’1,1% nel 2024 e accumula un calo dell’11% negli ultimi cinque anni. La Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) prevede un ulteriore peggioramento per l’anno in corso.
Il turismo, settore fondamentale per le entrate di valuta pregiata, è in crisi. Nel primo semestre dell’anno il tasso di occupazione alberghiera è sceso al 21,5%, quasi sette punti in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Tra gennaio e giugno, i visitatori internazionali sono stati 981.856, il 25% in meno rispetto all’anno precedente.
Molti hotel dispongono di generatori propri, ma neppure il settore turistico è immune dai disagi causati dagli spegnimenti improvvisi, con conseguenze sui servizi, sulla connessione internet e sulla percezione dei visitatori stranieri che respirano un clima di tristezza e disperazione,
Sebbene i gesti di protesta, come la già citata deturpazione dei cartelloni di Díaz-Canel ,possano sembrare simbolici, rappresentano in realtà il segnale tangibile di una frustrazione diffusa. Le autorità, tuttavia, non tollerano simili manifestazioni: la polizia politica ha già aperto indagini per individuare i responsabili, alimentando così un clima di repressione e paura.
Gli atti di dissenso ricordano quanto accaduto nel luglio 2021, quando massicce proteste scoppiarono in diverse città cubane. Oggi, il ciclo dei blackout quotidiani rischia di riaccendere quella stessa miccia sociale.
Il governo cubano punta il dito contro l’embargo statunitense, in vigore dal 1962, accusato di ostacolare l’accesso ai combustibili e agli investimenti esteri. Washington, dal canto suo, ha irrigidito le restrizioni negli ultimi anni, inserendo Cuba nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo, con conseguenze anche sul turismo europeo: ad esempio, i cittadini spagnoli che visitano l’isola perdono il diritto di ingresso agevolato negli Stati Uniti.
Tuttavia, secondo numerosi analisti, il vero nodo della crisi risiede nella gestione statale centralizzata e nell’assenza di riforme strutturali. La mancanza di trasparenza nei conti pubblici, unita alla scarsità di divise forti, ha lasciato il Paese senza margini di manovra.
Il presidente Díaz-Canel ha ammesso che i blackout rappresentano il principale ostacolo per l’economia cubana, “quasi paralizzata” dalla carenza di servizi essenziali. Ma il tempo gioca contro il governo: mentre il settore turistico continua a contrarsi, l’inflazione e la scarsità di beni primari esasperano la popolazione.
In questo scenario, le pitture sui cartelloni presidenziali non sono solo gesti isolati, ma il simbolo di un disagio profondo, che unisce il buio delle strade al malcontento diffuso. Senza interventi urgenti e concreti, Cuba rischia di sprofondare in una crisi sociale ancora più grave.




