Cuba dice no: con Washington solo contatti tecnici

di Giuseppe Gagliano

Dopo il Venezuela, la Casa Bianca alza la posta.

L’Avana ha scelto di chiudere la porta ai negoziati politici con gli Stati Uniti, o almeno di dire pubblicamente che quella porta non esiste. Miguel Díaz-Canel sostiene che non ci sono colloqui con Washington, se non contatti tecnici limitati alla gestione dei flussi migratori. Il punto, più che diplomatico, è politico: dopo l’operazione militare statunitense del 3 gennaio in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, Cuba legge un messaggio diretto a tutta l’area caraibica e latinoamericana. Se la posta sale, conviene dichiarare che non si tratta, a meno che non cambi il terreno di gioco.
Díaz-Canel lega qualsiasi disgelo a tre parole chiave: diritto internazionale, uguaglianza sovrana, non interferenza. È una formula che serve a due scopi: ribadire la legittimità del regime e respingere l’idea che la crisi economica costringa a negoziare “sotto pressione”. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez rilancia la linea, confermando che non esiste un canale politico aperto.
Qui entra l’elemento più concreto: l’energia. Trump ha evocato un taglio di fatto alla “rendita” cubana proveniente dal Venezuela, sostenendo che Cuba non vivrà più del petrolio e delle risorse finanziarie legate a Caracas. Prima dell’intervento statunitense, l’isola riceveva ogni giorno circa 35.000 barili di greggio venezuelano, più forniture minori da Messico e Russia. Eppure Cuba continua a essere attraversata da interruzioni di corrente diffuse: il problema non è solo quanto combustibile arriva, ma anche lo stato della rete elettrica e la fragilità della logistica.
Se quelle forniture si riducessero ancora, il contraccolpo sarebbe immediato: trasporti, produzione, servizi essenziali, consenso sociale. L’Avana sa che la politica estera, in questa fase, è inseparabile dalla tenuta interna. Per questo la risposta è rigida: non negoziamo “per fame”, negoziamo “da pari”. È narrativa, certo, ma è anche una necessità.
Non a caso l’unico canale ammesso è quello migratorio. È il terreno dove entrambi hanno interesse a evitare il caos: gli Stati Uniti perché non vogliono nuove ondate verso la Florida; Cuba perché l’emigrazione è insieme valvola di sfogo e ferita aperta, ma un’esplosione incontrollata indebolirebbe ancora di più lo Stato. Il paradosso è evidente: si rifiuta la politica, ma si conserva l’ingegneria della crisi, perché è l’unico linguaggio che oggi produce risultati misurabili.
L’Avana insiste che le sanzioni statunitensi hanno causato perdite superiori a 7,5 miliardi di dollari tra marzo 2024 e febbraio 2025. È un numero che serve a rafforzare l’idea di un assedio economico come causa principale della crisi. Ma, al netto della propaganda, resta un fatto: l’isola è esposta su tre fronti contemporaneamente. Primo: energia e infrastrutture, con una rete elettrica che degrada e richiede investimenti che Cuba fatica a finanziare. Secondo: valuta e importazioni, perché senza liquidità il Paese compra meno e peggio, e ogni riduzione del carburante amplifica l’inflazione reale. Terzo: isolamento finanziario, che rende più costoso ogni scambio e spinge Cuba a dipendere da pochi fornitori e da accordi politicamente condizionati.
Il rischio è un circolo vizioso: meno energia significa meno produzione e meno entrate, che significa meno capacità di riparare la rete e comprare combustibile.
Sul piano militare, Cuba non è un avversario convenzionale degli Stati Uniti, e lo sa. La sua “deterrenza” non è fatta di navi o missili in grado di cambiare l’equilibrio regionale, ma di strumenti asimmetrici: intelligence, reti politiche, capacità di resistenza interna, e soprattutto la variabile migratoria, che in passato ha funzionato come pressione indiretta. Dopo il Venezuela, l’Avana teme che Washington voglia dimostrare di poter colpire regimi ostili senza pagare prezzi troppo alti. Questo spiega la scelta di irrigidirsi: concedere ora, nell’immediato, significherebbe accettare una gerarchia.
Ma proprio la debolezza convenzionale può rendere più appetibili misure di coercizione economica e operazioni indirette: sanzioni più dure, restrizioni su rimesse e transazioni, pressione diplomatica sugli alleati energetici dell’isola. È una guerra a bassa intensità, con effetti ad alta intensità sulla società.
Due letture, nel dibattito, si confrontano. Andy S. Gómez interpreta le parole di Díaz-Canel come una manovra per guadagnare tempo, permettendo alla cerchia di potere di valutare le mosse in un momento tra i più critici per l’isola. Michael Galant offre una sfumatura: Cuba potrebbe negoziare in futuro, soprattutto se intravede un alleggerimento delle sanzioni, e immigrazione e sicurezza potrebbero diventare il terreno di un riavvicinamento graduale. In mezzo c’è la strategia americana più plausibile: aspettare che la crisi peggiori, riducendo i costi politici di qualsiasi decisione.
Nel frattempo Cuba resta un simbolo utile: per Washington, come prova che la pressione funziona; per L’Avana, come prova che resistere è ancora possibile. Il problema è che i simboli non riparano centrali elettriche né riempiono depositi di carburante. Se il taglio energetico venezuelano diventasse strutturale, la politica cubana potrebbe scoprire che la sovranità, oggi, ha un prezzo che si misura in chilowatt e in pane.