di Guido Keller –
L’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti avrebbe provocato a Cuba perdite per 8,083 miliardi di dollari tra il primo marzo 2025 e il 28 febbraio 2026, il valore più alto mai denunciato dal governo dell’Avana e superiore del 7 per cento rispetto al precedente periodo di riferimento. A fornire i dati è stato il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, durante la presentazione del rapporto annuale sugli effetti delle sanzioni statunitensi.
Secondo i calcoli delle autorità cubane, dall’introduzione dell’embargo le perdite accumulate avrebbero raggiunto i 178,7 miliardi di dollari a prezzi correnti. Si tratta tuttavia di stime elaborate dal governo dell’Avana, difficili da verificare in maniera indipendente e che attribuiscono alle misure statunitensi una parte rilevante delle difficoltà economiche dell’isola.
Rodríguez ha sottolineato che il bilancio relativo al periodo marzo 2025-febbraio 2026 incorpora soltanto il primo mese degli effetti delle restrizioni energetiche decise dall’amministrazione Trump il 29 gennaio. Non comprende quindi pienamente le conseguenze della successiva stretta sulle forniture petrolifere e delle ulteriori sanzioni entrate in vigore nei mesi successivi. Secondo il ministro, i danni registrati dopo febbraio sarebbero sensibilmente superiori a quelli compresi nel rapporto.
L’inasprimento delle misure statunitensi ha colpito in particolare il settore energetico, aggravando una situazione già difficile. La scarsità di combustibile ha contribuito ai prolungati blackout che interessano l’isola, con conseguenze sull’approvvigionamento idrico, sui trasporti, sulla conservazione degli alimenti e sul funzionamento degli ospedali. Rodríguez ha definito la politica di Washington una strategia di “asfissia economica”, sostenendo che le conseguenze ricadono soprattutto sulla popolazione.
Washington presenta invece le sanzioni come uno strumento di pressione sul governo comunista cubano, accusato dagli Stati Uniti di repressione politica e violazioni dei diritti umani. L’amministrazione Trump ha ulteriormente aumentato la pressione sull’Avana: il 3 settembre Washington ha annunciato nuove sanzioni contro cinque società cubane e Fidel Ernesto Castro, nipote dell’ex presidente Raúl Castro. Tra i settori interessati figurano quello bancario, minerario ed energetico.
La crisi cubana non è tuttavia riconducibile esclusivamente all’embargo. Il Paese affronta da anni problemi strutturali, aggravati dalla pandemia, dalla carenza di valuta estera e dagli errori nelle politiche monetarie ed economiche adottate dal governo. Proprio per tentare di rilanciare l’economia, negli ultimi mesi l’Avana ha avviato una serie di riforme che ampliano gli spazi concessi alle imprese private e agli investimenti.
Sul piano diplomatico, Rodríguez ha affermato che al momento non sono in corso negoziati con Washington, pur lasciando aperta la possibilità di mantenere contatti tra i due Paesi. La questione tornerà inoltre davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove Cuba presenta annualmente una risoluzione per chiedere la fine dell’embargo.
Le restrizioni economiche statunitensi contro Cuba risalgono ai primi anni Sessanta. L’embargo commerciale venne formalizzato il 3 febbraio 1962 dal presidente John F. Kennedy e, pur essendo stato modificato e rimodulato nel corso dei decenni, costituisce ancora oggi uno dei principali nodi del confronto tra Washington e l’Avana.




