Cuba. Tensioni con Washington: attivato lo “stato di guerra”. Ma è retorica a uso interno

di Giuseppe Gagliano

L’Avana ha riattivato lo “stato di guerra” e ha richiamato la dottrina della “guerra di tutto il popolo”, nata negli anni Ottanta sotto Fidel Castro: mobilitazione generale, apparato militare in massima allerta, società organizzata come retrovia permanente. È una scelta che parla prima di tutto all’interno. Quando un regime sente scricchiolare la tenuta sociale, la parola “aggressione esterna” diventa una coperta politica: stringe i ranghi, giustifica misure straordinarie, riduce lo spazio del dissenso a questione di sicurezza nazionale.
Il contesto, però, è più concreto della retorica. L’aumento delle tensioni con Washington dopo l’operazione in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro offre al governo cubano un argomento perfetto: presentare gli eventi regionali come prova che il rischio di un urto diretto esiste davvero. Il lutto ufficiale per la morte di 32 soldati cubani durante l’intervento statunitense a Caracas viene trasformato in certificato politico dell’emergenza: non solo una perdita, ma la dimostrazione che “la guerra è già qui”, anche se per ora resta fuori dai confini.
Miguel Díaz Canel ha alzato i toni e ha scelto i simboli: uniforme militare, cerimonie da tempo di guerra, dichiarazioni di non resa. È un linguaggio che non mira a convincere gli Stati Uniti, ma a disciplinare la società cubana. Il messaggio è semplice: chi chiede compromessi o riforme mentre “la patria è in pericolo” viene automaticamente spinto nell’angolo del tradimento.
Le esercitazioni annunciate, con simulazioni di imboscate, posa di mine e manovre di difesa territoriale, rientrano nella stessa logica: mostrare prontezza, creare l’immagine di un Paese compatto, far capire che ogni crisi verrà gestita come uno scontro esistenziale. Sul piano militare, però, la domanda vera non è quanta propaganda si riesca a produrre, ma quanta capacità reale si possa sostenere a lungo senza logistica, carburanti, pezzi di ricambio, manutenzioni.
La “guerra di tutto il popolo” è una dottrina adatta ai Paesi che non possono competere con la tecnologia dell’avversario e puntano sull’attrito: rendere costosa qualunque operazione dall’esterno, moltiplicare ostacoli, usare il territorio come trappola. È deterrenza povera, ma non è necessariamente inefficace. Il punto critico è un altro: la mobilitazione permanente consuma risorse e stabilità. Se l’economia è in apnea, la prontezza diventa una posa che il Paese paga ogni giorno.
Inoltre, un clima da guerra alza la probabilità di incidenti e di errori di calcolo: un episodio navale, un arresto, una provocazione, un sabotaggio reale o presunto. Quando si governa con l’allarme, l’allarme finisce per dettare l’agenda.
Mentre si parla di guerra, Cuba resta al buio. Il governo ha ammesso che la mancanza di gasolio è la causa principale dell’aumento delle interruzioni di corrente. La generazione distribuita, cioè quella che dovrebbe compensare i guasti della rete principale, è praticamente ferma per mancanza di combustibile. A questo si sommano i problemi strutturali: unità termoelettriche fuori servizio e manutenzioni che riducono ulteriormente la capacità.
Qui la “guerra” assume un volto quotidiano: fabbriche che rallentano, catene del freddo che saltano, servizi che si interrompono, trasporti che si complicano, famiglie che si arrangiano. In un’economia già fragile, l’energia non è solo una voce tecnica: è la condizione minima della vita sociale. E ogni ora senza elettricità corrode la credibilità del potere più di mille discorsi.
Scenario uno: razionamento più duro e controllo più stretto, con il rischio di far esplodere la rabbia nei quartieri e di alimentare nuova emigrazione.
Scenario due: ricerca affannosa di forniture e finanziamenti esterni, pagando un prezzo politico e accettando dipendenze che il regime, a parole, detesta.
Scenario tre: una tregua tattica sul piano regionale, cioè meno ideologia e più pragmatismo, se l’obiettivo diventa evitare che il collasso energetico trasformi l’emergenza in crisi di sistema.
Cuba prova a presentarsi come avamposto assediato, ma in realtà rischia di diventare ostaggio della propria posizione. La crisi venezuelana e la nuova tensione con Washington comprimono gli spazi: ogni scelta dell’Avana viene letta come schieramento, ogni difficoltà interna come vulnerabilità sfruttabile.
Sul piano geoeconomico la partita è chiara: energia e sicurezza si intrecciano. Se il carburante manca, lo Stato deve scegliere se destinarlo alla produzione elettrica, ai trasporti, all’apparato militare, ai servizi essenziali. E quando la coperta è corta, la propaganda della mobilitazione serve anche a giustificare tagli e privazioni.
La conclusione è amara e lineare: dichiarare lo “stato di guerra” può compattare per un po’, ma non accende una lampadina. Se l’isola continua a spegnersi, la retorica dell’assedio rischia di non proteggere il regime: rischia di rivelarne il punto debole, proprio quello che i simboli in uniforme vorrebbero nascondere.