di Luigi Capoani e Linda Rotondo * –
Nel recente articolo “Hormuz, dove la guerra diventa economia”, pubblicato su Notizie Geopolitiche, Giuseppe Gagliano evidenzia efficacemente come le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz non rappresentino soltanto una questione militare o regionale, ma abbiano profonde implicazioni per l’economia globale, i mercati energetici e gli equilibri geopolitici internazionali.
Come European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione che riunisce giovani ricercatori e analisti provenienti da numerosi paesi europei, riteniamo che il dibattito possa essere ampliato ulteriormente. Ne discutiamo attraverso il contributo di Luigi Capoani, presidente dello European Youth Think Tank e docente e ricercatore in economia internazionale, e Linda Rotondo, ricercatrice del think tank con formazione in sicurezza internazionale.
Il caso di Hormuz non rappresenta un episodio isolato, ma un evidente segnale della profonda trasformazione che sta interessando l’economia mondiale: lo spostamento progressivo del potere geoeconomico, dal controllo territoriale al controllo dei flussi.
La guerra dei colli di bottiglia.
Se per una gran parte del Novecento la geopolitica si è identificata principalmente con il controllo territoriale, oggi è sempre più chiaro che il funzionamento dell’economia globale dipende sempre di più da reti logistiche, energetiche, finanziarie e digitali che collegano continenti, mercati e imprese.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più sensibili di questo sistema. Una quota significativa del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale transita infatti quotidianamente attraverso questo passaggio marittimo, e qualsiasi interruzione, anche temporanea, genera immediatamente effetti sui mercati energetici internazionali.
Ma Hormuz non è un caso isolato.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al blocco del Canale di Suez causato dalla nave portacontainer Evergiven, alle tensioni nel Mar Rosso dovute agli attacchi Houthi, alle vulnerabilità del Canale di Panama, alle tensioni nello Stretto di Malacca e alle crescenti preoccupazioni riguardanti Taiwan e le filiere globali dei semiconduttori.
Questi esempi condividono una logica di fondo: l’influenza sull’economia mondiale non si misura più in chilometri quadrati, ma nel controllo di pochi nodi strategici attraverso cui transitano merci, energia, dati e tecnologie.
Perché i chokepoints contano così tanto.
L’importanza di passaggi strategici come Hormuz, Malacca, Suez o Panama si comprende anzitutto guardando al ruolo che ricoprono nel commercio internazionale.
Secondo le principali organizzazioni internazionali, circa l’80% del commercio mondiale in volume viene trasportato via mare. Il commercio marittimo rappresenta quindi una delle principali infrastrutture fisiche della globalizzazione contemporanea.
Quando uno di questi passaggi viene minacciato o interrotto, gli effetti si propagano rapidamente lungo l’intera catena dell’economia globale: aumentano i costi logistici, crescono i premi assicurativi, si allungano i tempi di consegna e crescono i prezzi al consumo.
Lo abbiamo osservato chiaramente durante il blocco del Canale di Suez del 2021, e più recentemente durante le tensioni nel Mar Rosso: una crisi che, come osserva Daniele Di Vuono in “Il Mar Rosso non è una crisi regionale: è il nuovo baricentro dei flussi globali”, va ben oltre la dimensione regionale e rivela la fragilità strutturale dell’economia globale.
Alla rilevanza economica di questi chokepoints si affianca una dimensione strategico-militare altrettanto importante. Il controllo aeronavale di aree come Hormuz, Malacca o il Mar Cinese Meridionale consente infatti di influenzare contemporaneamente i flussi commerciali e gli equilibri di sicurezza internazionale.
In questo senso, l’interesse degli Stati Uniti per lo Stretto di Hormuz non può essere interpretato esclusivamente in chiave energetica. Esso riflette anche la necessità di garantire la libertà di navigazione lungo una delle principali arterie del commercio mondiale e di mantenere una presenza strategica in una regione cruciale per gli equilibri geopolitici globali.
Mercati, aspettative e inflazione.
I mercati finanziari reagiscono rapidamente a queste tensioni, e sarebbe riduttivo liquidare ogni movimento di prezzo come puramente speculativo.
Gli operatori economici, infatti, incorporano alle proprie aspettative il rischio concreto di future interruzioni alle catene di approvvigionamento, ai flussi energetici, e alle rotte commerciali. Quando il rischio geopolitico cresce, cresce con esso anche il costo atteso dell’energia, dei trasporti e delle assicurazioni. I mercati, essenzialmente, tendono a reagire preventivamente a possibili shock futuri.
Questo meccanismo è stato osservato durante la guerra in Ucraina, durante le crisi energetiche degli ultimi anni e nelle recenti tensioni mediorientali.
Di conseguenza, il costo economico di una crisi emerge spesso ben prima che si verifichi l’interruzione concreta dei flussi commerciali. Le aspettative degli operatori smettono di essere una semplice previsione e diventano esse stesse un fattore economico autonomo, capace di influenzare l’inflazione, le decisioni di investimento e la crescita.
Le distanze contano ancora.
Per molti anni si è diffusa l’idea che la globalizzazione avesse progressivamente ridotto l’importanza delle distanze geografiche, permettendo a merci, capitali, persone e informazioni di muoversi sempre più liberamente.
Gli eventi degli ultimi anni raccontano però una storia diversa.
Come evidenziato nell’analisi di Giuseppe Gagliano, la geografia continua a esercitare un ruolo fondamentale sugli equilibri economici e geopolitici internazionali. Le distanze non sono scomparse, hanno semplicemente assunto forme diverse.
All’interno dello European Youth Think Tank abbiamo dedicato numerose ricerche allo studio degli effetti economici dei conflitti e delle distanze geografiche sui flussi commerciali internazionali. Recenti lavori hanno evidenziato come guerre e tensioni geopolitiche, quando poste in un punto centrale e nevralgico, sono in grado di destabilizzare i mercati e come le relazioni economiche internazionali possano essere interpretate attraverso approcci gravitazionali che attribuiscono ancora un ruolo centrale alla distanza.
Tuttavia, una questione rimane ancora relativamente poco esplorata: il ruolo delle distanze marittime e dei chokepoints strategici. Il modello gravitazionale del commercio, ampiamente utilizzato in economia internazionale, considera tradizionalmente la distanza geografica tra Paesi come una delle principali determinanti degli scambi. Eppure gran parte del commercio mondiale avviene via mare e dipende da rotte che attraversano stretti, canali e passaggi strategici come Hormuz, Suez, Malacca e Panama. In questa prospettiva si inseriscono le nuove linee di ricerca che stiamo sviluppando, volte a integrare le distanze marittime e il ruolo dei chokepoints all’interno dei modelli economici del commercio internazionale. Comprendere in che misura questi nodi incidano su costi, rischi e flussi commerciali potrebbe contribuire a spiegare meglio le vulnerabilità dell’economia globale e la crescente rilevanza della geoeconomia nel XXI secolo.
Questi risultati confermano, ancora una volta, che la globalizzazione non ha eliminato la geografia. Al contrario, ha reso ancora più evidente l’importanza di alcuni nodi strategici attraverso cui transitano merci, energia e informazioni.
In un’economia mondiale fortemente integrata, una crisi localizzata in un singolo chokepoint basta a innescare conseguenze globali. Più aumenta l’interconnessione, più aumenta il valore strategico dei punti che collegano le reti.
In questo contesto, non si può escludere che alcune grandi potenze traggano vantaggio indiretto dall’aumento dei costi imposti ai propri concorrenti o dalla destabilizzazione di specifici mercati regionali. Senza cadere in interpretazioni geopolitiche, è evidente che le tensioni contemporanee producono effetti economici concreti, modificando vantaggi competitivi, catene di approvvigionamento e rapporti di forza internazionali.
La sfida europea.
Per l’Europa questa trasformazione presenta implicazioni particolarmente rilevanti. L’Unione Europea è una delle economie più aperte del mondo, profondamente dipendente dal commercio internazionale, dalle importazioni energetiche e dalle catene globali del valore. Ma non controlla Hormuz, non controlla Malacca, e non controlla gran parte delle materie prime critiche necessarie alla transizione energetica e digitale. Non si tratta quindi più soltanto di sicurezza energetica: si tratta di sicurezza economica nel suo complesso.
La sfida europea dei prossimi decenni sarà imparare a ridurre queste vulnerabilità senza rinunciare ai vantaggi generati dall’integrazione internazionale.
La nuova geografia del potere.
Lo stretto di Hormuz rappresenta quindi molto più di una crisi regionale: è la dimostrazione concreta che il potere internazionale sta assumendo nuove forme.
La competizione del XXI non ruota più attorno al controllo dei territori, ma attorno al controllo dei flussi di energia, semiconduttori, infrastrutture digitali, dati e logistica. I chokepoints non sono quindi semplici passaggi marittimi: sono punti di leva che possono influenzare la sicurezza, la finanza, l’inflazione e gli equilibri geopolitici globali.
Comprendere Hormuz significa quindi comprendere qualcosa di più profondo: la nascita di una nuova geografia del potere economico mondiale, in cui la guerra non si combatte necessariamente occupando territori, ma controllando i nodi attraverso cui scorre l’economia globale.
* Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di economia internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il PhD in Economia all’Università di Salerno con un percorso in co-tutela internazionale con l’University of Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit e piattaforma indipendente che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno di EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e sviluppo di progetti scientifici orientati all’innovazione e alla collaborazione internazionale tra giovani studiosi.
Linda Rotondo è analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di sicurezza internazionale, relazioni internazionali e questioni strategiche europee. I suoi interessi di ricerca includono geopolitica, difesa, terrorismo e governance internazionale, con particolare attenzione alle sfide emergenti per la sicurezza europea.












