di Dario Rivolta * –
È scontato che non si possa scrivere la storia con i se ma, con il senno di poi (e a volte anche con il senno di prima), si possono individuare decisioni importanti molto sbagliate e con conseguenze drammatiche, commesse dai vari leader prima e durante le guerre. Giusto per limitarci al secolo scorso, alcuni errori con risultati catastrofici sono ormai evidenti ai nostri occhi di posteri. Vediamone alcuni.
Una valutazione totalmente errata fu compiuta dai giapponesi quando attaccarono Pearl Arbour. In quegli anni Tokyo stava espandendo, in maniera che sembrava incontenibile, la sua presenza nel Sud-est asiatico, in Cina e in Corea. All’epoca, gli americani avevano già occupato le Hawaii e le Filippine e, con l’intenzione di fermare il dilagare giapponese, avevano cominciato a bloccare il transito delle navi del Sol Levante che trasportavano petrolio, acciaio e altre materie prime di cui il Giappone aveva bisogno e che non produceva al suo interno. In quegli anni la marina e l’esercito giapponesi, molto ben sperimentati nelle guerre già intraprese, erano sicuramente superiori alle forze armate americane, che si erano invece rilassate dopo la fine della Prima guerra mondiale. Nella testa dei giapponesi, l’attacco a sorpresa contro la marina militare americana avrebbe messo fuori gioco chi impediva la sicurezza dei loro rifornimenti e nessuna vera guerra sarebbe iniziata; Washington sarebbe stata invece costretta a una negoziazione da una posizione subordinata. Evidentemente, la supposizione dei nipponici si dimostrò totalmente sbagliata perché sottovalutarono quanto velocemente gli USA avrebbero potuto far ripartire il loro sviluppo industriale. Il calcolo di Tokyo considerava che l’opinione pubblica americana fosse divisa tra gli isolazionisti, che non volevano più guerre, e gli interventisti e che i primi avrebbero spinto per qualche accordo. Al contrario, il bombardamento di Pearl Arbour fu determinante per convincere anche i primi che non sarebbe stato possibile non reagire. L’idea di una negoziazione con il Giappone fu vista dal pubblico americano come un tradimento e tutta la macchina industriale fu immediatamente mobilitata per rinforzare esercito, marina e aviazione. In poco tempo, la capacità bellica degli americani superò quella giapponese e finì come sappiamo.
Anche in Europa ci fu chi commise diversi errori di valutazione. Mussolini era conscio che le nostre forze armate non erano pronte per partecipare a un importante conflitto, ma l’eccezionale e rapidissima vittoria tedesca contro la Francia e la presunta debolezza inglese gli fecero pensare che, se non fosse intervenuto subito, pur avendo atteso fino all’ultimo, non avrebbe potuto sedersi al tavolo della pace con i vincitori per rivendicare qualcosa. Inoltre, il suo timore era che una vittoria solamente tedesca avrebbe posto l’Italia in un’Europa egemonizzata da Berlino, con il nostro Paese in posizione evidentemente subordinata ai nuovi dominatori. Fu per questo che decise di dichiarare guerra alla Francia prima che si arrivasse alla sua resa definitiva. Oggi è chiaro quanto si sia sbagliato. Non fu, tuttavia, l’unico errore commesso dal duce. Per garantirsi un maggiore controllo sui transiti del Mediterraneo, indispensabile per assicurare i rifornimenti alle nostre truppe nel Nord Africa contro gli inglesi, pensò che la Grecia, che pure era un Paese affatto ostile nei confronti del fascismo, potesse essere sconfitta in pochi giorni, vista la scarsità della popolazione e le forze armate estremamente ridotte. Anche qui il calcolo fu sbagliato e le nostre truppe furono ricacciate in Albania dall’improvvisa e determinata reazione greca, sia dei militari sia dei civili. Fu necessario l’intervento in nostro aiuto dell’esercito tedesco per sconfiggere Atene.
Anche Hitler fece due gravi errori di valutazione. Uno fu, evidentemente, quello di attaccare l’Unione Sovietica puntando a impadronirsi delle materie prime e della florida agricoltura delle regioni russe e ucraine. Era convinto che l’attacco avrebbe colto di sorpresa i sovietici e permesso una rapida avanzata, con conseguente vittoria, come era avvenuto con i francesi. L’avanzata fu indubbiamente rapida, ma ciò che non aveva considerato fu la reazione di Stalin, che riuscì a mobilitare in poco tempo milioni di cittadini sovietici e tutta la propria macchina bellica. Il secondo errore fu quello di dichiarare guerra agli Stati Uniti. Convinto anche lui della superiorità giapponese nei confronti degli americani e indispettito dagli aiuti che costoro davano ai britannici attraverso l’Atlantico, si convinse che gli USA, già impegnati nel Pacifico, non avrebbero osato reagire in Europa per rimanere concentrati sul pericolo più immediato. Non considerò che Roosevelt stava da tempo cercando il modo di convincere la propria opinione pubblica che bisognava impedire ai tedeschi di dominare in Europa: ricevere la dichiarazione di guerra dalla Germania fu per lui un regalo inaspettato. Quella decisione hitleriana può essere oggi considerata una delle mosse geopolitiche più stupide del secolo scorso.
Sugli errori di valutazione commessi dagli americani in Vietnam si è già scritto talmente tanto che è inutile soffermarcisi ancora. In tempi più recenti, tra i calcoli sbagliati più gravidi di conseguenze negative possiamo enumerare l’invasione dell’Afghanistan, costata vite umane americane e miliardi di dollari, con il risultato di una vergognosa fuga e di un Paese lasciato nelle mani di barbari vittoriosi. Qui l’errore fu quello di non capire le dinamiche interne di quella regione e di valutare male le proprie possibilità. La seconda guerra del Golfo è un’altra dimostrazione di come l’ignoranza e la supponenza portino a conclusioni drammatiche. A parte il fatto che, ancora prima dell’attacco, gli osservatori più avveduti avevano sottolineato come l’eliminazione di Saddam Hussein avrebbe creato uno spazio strategico importante per l’Iran e che, per controllare realmente quel Paese, sarebbero stati necessari ben più di poche migliaia di soldati o della presenza di qualche società privata a contratto, l’errore più grave fu però quanto si fece dopo la vittoria dichiarata. Gli sbagli furono almeno due. Il primo fu quello di puntare, per il nuovo governo, su un oscuro personaggio fuggito dal Paese anni prima. Era, come si voleva, uno sciita destinato a soppiantare il potere dei sunniti al tempo di Saddam, ma si dimostrò privo di qualsiasi ascendente sulla popolazione e più sensibile al potere iraniano che a quello statunitense. Il secondo fu quello di licenziare in blocco tutti coloro che, ritenuti sgherri di Saddam Hussein, gestivano i gangli dell’amministrazione. Questa mossa, oltre a distruggere l’efficienza dell’apparato statale, creò decine di migliaia di famiglie di disoccupati e fece sì che molti di loro andassero subito a riempire le file dell’ISIS. Le conseguenze di queste scelte scellerate divennero evidenti quando era ormai troppo tardi per porvi rimedio.
Tralasciando molti altri errori di geopolitica, forse meno gravi ma sempre con risultati negativi, arriviamo ai nostri giorni.
Lo sbaglio più recente e più stupido, dovuto alla superficialità dei decisori e alla carenza di un’accurata analisi, è stato la guerra contro l’Iran. Chi conosce quel Paese ha sempre saputo che, nonostante esistesse formalmente un capo potentissimo nella persona di Alì Khamenei, la Guida suprema, costui, anche per meglio gestire le varie forze presenti nell’economia e nella società, aveva saputo diversificare le posizioni di sottocomando e, pur lasciando il mercato relativamente libero, aveva dato grande voce nel potere economico, da un lato, alle Guardie Rivoluzionarie e, dall’altro, a diverse organizzazioni benefiche che, in modo clientelare, garantivano lavoro e sopravvivenza a centinaia di migliaia di famiglie. Ciò non bastava a procurare un consenso unanime perché le conseguenze delle sanzioni economiche, la corruzione diffusa, la forte inflazione, una recente siccità e l’esagerata invadenza dell’ortodossia religiosa avevano fatto sì che fette crescenti della popolazione non ne potessero più del potere del regime. Che ci si trovi di fronte a un sistema corrotto, repressivo, odiato da una crescente fetta della popolazione è un dato di fatto ed è importante notare che, alle ultime manifestazioni di piazza dello scorso gennaio, per la prima volta anche i commercianti del potentissimo Bazar di Teheran vi avevano partecipato. Tuttavia, il sistema continuava a basarsi, oltre che sulla forza della repressione, soprattutto sul supporto tacito o forzoso della maggioranza della popolazione e sul controllo delle leve economiche. Ciò nonostante, il trend andava verso un’inesorabile erosione del potere e la dimostrazione che i vertici se ne rendessero conto furono le ultime elezioni presidenziali, che videro una scarsissima partecipazione. Per cercare di mostrare alla popolazione che era in atto un qualche cambiamento (seppur, in sostanza, puramente di facciata) e per tacitare almeno una parte degli oppositori, i vertici fecero in modo che fosse eletto presidente un tale Masoud Pezeshkian, allineato al potere ma presentato come un “moderato”. Una delle mosse fu quella di allentare anche l’applicazione dell’hijab e permettere che ci fossero donne che circolavano scoperte. Agli osservatori intelligenti e non faziosi erano chiare due cose: che il regime era ormai sulla strada della fine (anche se ciò avrebbe richiesto ancora qualche anno, soprattutto grazie al mantenimento delle sanzioni) e che un attacco dall’esterno, simile o peggiore di quello avvenuto con i bombardamenti del giugno 2025, avrebbe resuscitato un sentimento di identità nazionale, con il conseguente rafforzamento del regime. Certamente, ciò non significa che tutti siano improvvisamente diventati sostenitori del sistema vigente ma, così come succede in un periodo di guerra (vedi Ucraina e Russia e, oggi, perfino la nostra Europa che, ufficialmente, non è nemmeno in guerra), i margini di libertà per il possibile dissenso spariscono, la repressione si fa più pervasiva e il dissenso è rimandato a dopo la fine del conflitto. La rinascita del nazionalismo si spiega anche con la storia degli iraniani, che per tutto il primo Novecento erano stati vittime di prepotenze straniere, soprattutto inglesi, ma anche russe e poi americane (vedi il colpo di Stato contro Mossadeq). L’errore di valutazione che ha portato alla guerra è stato soprattutto degli israeliani e del Mossad, ma è probabile che ci siano stati anche lo zampino della CIA e l’arroganza personale di Trump.
Il risultato oggi è che gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra che non riescono a portare a termine, hanno esposto i propri partner a ritorsioni e si sono poi fermati quando i costi reali e possibili sono diventati troppo alti. Come se non bastasse, ecco la situazione attuale: 1) anziché crollare, il regime oppressivo degli ayatollah ne uscirà rafforzato per almeno qualche anno ancora; 2) gli alleati mondiali degli USA, non interpellati né informati prima dell’attacco, hanno aumentato la loro diffidenza nei confronti del “fratello maggiore”; 3) il fronte degli avversari degli USA si sta sempre più ricompattando (vedi, ad esempio, l’atteggiamento cinese davanti alle ultime esternazioni trumpiane sull’allargamento delle sanzioni indirette e il nuovo patto di mutua assistenza tra sauditi, turchi e pakistani); 4) anche i Paesi del Golfo hanno capito che la precedente “protezione” americana, cui si erano affidati, è diventata più un rischio che una garanzia.
La crisi non è ancora finita ed è impossibile affermare con assoluta sicurezza quando e come finirà, ma ciò che si vede è che Trump sta cercando, a parte le minacce a vanvera mai realmente mantenute, un’uscita a ogni costo e che è proprio lui ad avere fretta di chiudere qualche accordo, mentre il tempo gioca a favore degli iraniani.
Per concludere, gli errori di valutazione che hanno spinto alcuni governi a fare scelte rivelatesi un fallimento sono stati tanti e nessuno ne ha il monopolio. Errare è umano, si dice, ma questi sbagli hanno causato morti e distruzioni, colpendo persone inermi che non avevano preso parte alle decisioni e ne hanno solo sofferto. Forse sarebbe meglio che almeno nelle sedicenti democrazie si stesse più attenti a chi andrà a governare. E forse qualcuno dovrebbe dirlo ai burocrati di Bruxelles e ai vari “vertici” dei Paesi dell’Unione Europea.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.




