di Giuseppe Gagliano –

Il confronto con l’Iran riporta al centro una questione che accompagna la politica occidentale dalla fine della Guerra fredda: la capacità di trasformare la superiorità militare in un risultato politico duraturo. Dall’Iraq all’Afghanistan fino alla Libia, l’impiego della forza ha dimostrato di poter abbattere governi e distruggere infrastrutture molto più rapidamente di quanto riesca a costruire nuovi equilibri.

Il precedente iracheno rimane particolarmente significativo. Le armi di distruzione di massa attribuite al regime di Saddam Hussein e utilizzate come una delle principali giustificazioni dell’invasione del 2003 non furono trovate. La caduta del regime aprì successivamente una lunga fase di instabilità, conflitti settari e rafforzamento delle organizzazioni jihadiste. Attribuire a quella decisione tutte le successive crisi regionali sarebbe semplicistico, ma la distruzione dell’ordine iracheno contribuì a creare spazi nei quali nuovi attori armati poterono svilupparsi.

Il rischio, nel confronto con Teheran, è applicare nuovamente una lettura troppo semplice a una realtà profondamente diversa. L’Iran non è l’Iraq del 2003. Dispone di un territorio molto più vasto, di una popolazione numerosa, di istituzioni consolidate, di profondità strategica e di capacità missilistiche che rendono difficile immaginare una guerra breve e priva di conseguenze regionali.

Gli Stati Uniti e Israele dispongono di una netta superiorità tecnologica in numerosi settori, ma la superiorità militare non garantisce automaticamente il raggiungimento degli obiettivi politici. È possibile distruggere installazioni, depositi e centri di comando senza eliminare la capacità dell’avversario di continuare il conflitto o ricostituire parte delle proprie forze.

La differenza riguarda anche gli obiettivi. Per gli Stati Uniti il confronto con l’Iran è principalmente una questione di sicurezza regionale, deterrenza, credibilità e rapporti con gli alleati. Per Teheran può essere percepito invece come una minaccia alla sopravvivenza dello Stato e del sistema politico. Questa asimmetria rende particolarmente difficile prevedere quando il costo della guerra possa diventare sufficiente a indurre una delle parti a modificare la propria posizione.

Una guerra prolungata metterebbe inoltre sotto pressione le scorte di munizioni guidate e di intercettori. L’Iran può cercare di sfruttare proprio la differenza tra il costo relativamente basso di alcuni sistemi offensivi e quello molto più elevato necessario per intercettarli. In una strategia di logoramento, Teheran non avrebbe necessariamente bisogno di sconfiggere militarmente gli Stati Uniti: potrebbe puntare ad aumentare progressivamente il costo economico e politico del conflitto.

A questo si aggiunge la guerra dell’informazione. Le notizie sui danni provocati dagli attacchi devono essere valutate con particolare cautela, soprattutto quando provengono direttamente dalle parti coinvolte. Tanto Israele quanto l’Iran hanno interesse a minimizzare le proprie vulnerabilità e amplificare l’efficacia delle rispettive operazioni.

Il problema riguarda però anche il processo attraverso il quale vengono prese le decisioni politiche. Le informazioni di intelligence sono normalmente costruite attraverso scenari, probabilità e valutazioni condizionate, mentre la comunicazione politica tende a ridurre realtà complesse a messaggi immediatamente comprensibili.

Quando la semplificazione prevale sull’analisi, aumenta il rischio che le decisioni vengano prese sulla base di convinzioni già consolidate e che le informazioni siano utilizzate soprattutto per confermarle. È un problema che non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti, ma più in generale la capacità delle democrazie occidentali di elaborare strategie di lungo periodo in contesti complessi.

La variabile potenzialmente più importante rimane lo Stretto di Hormuz. Anche senza una chiusura completa, la semplice possibilità di ostacolare la navigazione può aumentare i premi assicurativi, il costo dei trasporti e il prezzo degli idrocarburi, trasferendo rapidamente gli effetti della guerra sull’economia mondiale.

Le conseguenze andrebbero oltre petrolio e gas. Il costo dell’energia incide sulla produzione dei fertilizzanti, sui trasporti e sull’agricoltura. Una crisi prolungata potrebbe quindi alimentare inflazione e instabilità soprattutto nei Paesi importatori più vulnerabili.

L’Europa sarebbe particolarmente esposta. Dopo avere ridotto drasticamente la dipendenza energetica dalla Russia, deve importare una parte significativa delle risorse necessarie alla propria economia. Una crisi nel Golfo aumenterebbe la competizione internazionale per le forniture proprio mentre numerose industrie europee devono già confrontarsi con costi energetici elevati.

Gli effetti dipenderebbero dalla durata e dall’intensità della crisi. Un conflitto limitato potrebbe produrre un aumento temporaneo dei prezzi. Attacchi prolungati contro infrastrutture energetiche e trasporti potrebbero invece alimentare nuove pressioni inflazionistiche e rallentare la crescita. Un’interruzione significativa e duratura della navigazione attraverso Hormuz avrebbe conseguenze molto più profonde sull’economia mondiale.

La guerra potrebbe inoltre accelerare la riorganizzazione geoeconomica già in corso. Cina, Russia, India e altri Paesi stanno cercando di diversificare sistemi di pagamento, rapporti energetici e rotte commerciali per ridurre la vulnerabilità alle sanzioni e agli strumenti finanziari occidentali. Un ulteriore ricorso alle misure economiche coercitive potrebbe rafforzare questa tendenza.

Per l’Europa si pone quindi una questione di autonomia strategica. L’alleanza con gli Stati Uniti rimane uno dei pilastri della sicurezza continentale, ma gli interessi americani ed europei non coincidono necessariamente in ogni crisi.

Gli Stati Uniti dispongono di maggiore autonomia energetica, profondità geografica e capacità finanziaria. L’Europa è invece più esposta alle interruzioni commerciali, agli aumenti dei prezzi energetici e alle conseguenze migratorie delle crisi che esplodono nelle regioni confinanti.

Questo non significa ignorare le responsabilità del governo iraniano o le minacce poste dalla sua politica regionale. Significa piuttosto interrogarsi sul rapporto tra gli strumenti utilizzati e gli obiettivi che si intendono raggiungere. La diplomazia serve precisamente a impedire che conflitti ancora gestibili si trasformino in crisi dalle conseguenze difficilmente controllabili.

L’Occidente conserva una superiorità economica, tecnologica e militare considerevole. Il problema è trasformarla in una strategia capace di produrre un ordine politico sostenibile. Consumare munizioni, spendere miliardi e distruggere infrastrutture può conseguire obiettivi militari immediati, ma non equivale necessariamente a ottenere una vittoria strategica.

La domanda fondamentale rimane quindi quella emersa dopo Iraq, Afghanistan e Libia: quale assetto politico dovrebbe seguire alla guerra? Se non esiste una risposta credibile, il rischio è che la forza militare sostituisca ancora una volta la strategia, lasciando all’Europa e all’intera regione il costo delle conseguenze.