di Enrico Oliari –
“La battaglia decisiva per la liberazione di Damasco, è cominciata”: a renderlo noto è una parte dell’opposizione siriana, la quale fa sapere che gli scontri in corso da ormai tre giorni in alcuni quartieri meridionali della capitale siriana hanno lo scopo di sferzare un duro colpo all’esercito del regime di al-Assad. Da più parti si è parlato anche di raffiche di mitra provenienti dalle zone centrali della città, mentre l’esercito regolare, munito a differenza degli insorti anche di carri armati e di elicotteri, si sta organizzando per resistere e rispondere all’attacco.
Al momento gli scontri non sono arrivati nei pressi del quartier generale degli Osservatori delle Nazioni Unite e, come è stato spiegato, “le sparatorie e le esplosioni sono state chiaramente udibili entro un raggio di circa 4 km dal Damas Rose, un albergo di lusso situato nel pieno centro della zona moderna della capitale che ospita gli Osservatori. Al momento non ci sono piani per l’evacuazione immediata della missione, domani si vedrà”.
Altre fonti indipendenti hanno spiegato la situazione di estrema pericolosità che sta interessando le strade di Damasco, città ormai deserta e “presidiata in forze dagli shabiha in assetto da guerra”. “Impossibile fare foto o video senza avere un’arma in mano, – hanno continuato le fonti che per motivi di sicurezza non hanno comunicato le proprie generalità agli inviati dell’Ansa – qui si rischia veramente la vita”.
A quanto ha comunicato all’Agi il colonnello portavoce del comando congiunto del Libero Esercito Siriano dentro la Siria, già da una decina di giorni stavano confluendo sulla capitale decine di insorti armati dalle zone limitrofe “per prendere parte all’operazione denominata ‘Vulcano Damasco e terremoti in Siria’”. L’ufficiale ha poi spiegato che “sono giunti almeno una cinquantina di gruppi, ognuno con circa 50 combattenti. Colpiremo edifici della sicurezza, c’è un forte coordinamento tra tutti noi. Non ci fermeremo, non c’è ritorno”.
Dal Comando degli insorti è inoltre venuta la richiesta ai propri uomini di impadronirsi delle principali vie di comunicazione della Siria, “da Aleppo al nord a Deraa nel sud, e da Deir Ezzor all’est a Latakia sulla costa” al fine di bloccare eventuali rinforzi per le truppe regolari.
Mentre a Damasco si spara, a Mosca continuano gli inutili incontri del rappresentante dell’Onu, Kofi Annan, con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, mentre dalla Cina è venuto un fermo “no!” ad un intervento straniero in Siria.
Va ricordato infatti che senza il consenso di Russia e di Cina, paesi che possono esercitare il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, la comunità internazionale non può de facto, intervenire, come invece è successo un anno fa in Libia.
La Russia è inoltre presente con un massiccio numero di mezzi aerei, uomini, postazioni missilistiche e navi a Tartus, fra le quali la “Admiral Chabanenko”, giunta in porto pochi giorni fa: la situazione è estremamente delicata, in quanto Mosca non intende perdere l’unica zona di influenza rimastale nell’area, dopo che quasi tutti i paesi mediorientali hanno accolto sui loro territori basi statunitensi.
A destare viva preoccupazione in questo momento sono due fattori: il rischio che il conflitto possa allargarsi al Libano (ieri un’unità operativa è entrata nell’est del Paese dei cedri per colpire alcuni rivoltosi siriani) e soprattutto il fatto che, come ha spiegato l’ex capo della rappresentanza diplomatica in Iraq, Nawaf Fareh, al-Assad si possa servire di armi chimiche: nell’edizione del 13 luglio scorso, il Wall Street Journal aveva comunicato che il governo siriano aveva cominciato a spostare il suo vasto arsenale di armi chimiche, uno dei principali al mondo, anche se non è dato a sapere se per proteggerlo da eventuali attacchi o se per impiegarlo nella repressione.

