TMNews, 22 mag 12 –

Oltre 100.000 persone sono rimaste senza assistenza medica nel Nord Darfur, in Sudan, dopo che Medici Senza Frontiere (Msf) è stata costretta a sospendere gran parte delle sue attività mediche a causa delle crescenti limitazioni imposte dalle autorità. Msf è l’unica organizzazione che fornisce assistenza sanitaria nella regione, stando a quanto si legge nel comunicato diffuso oggi, in cui si ricorda che da settembre 2011 nessun invio di farmaci o di forniture mediche è stato autorizzato, e Msf ha avuto sempre più difficoltà nell’ottenere i permessi di lavoro e di viaggio per i propri operatori. “Senza forniture mediche o personale sufficiente, Msf non è più in grado di effettuare visite mediche o di ricoverare i pazienti e il programma di vaccinazione deve essere interrotto. Non è più possibile praticare parti cesarei che consentono di salvare molte vite, nel caso di donne con parti complicati. Sono esauriti anche zanzariere e kit per parti destinati a donne incinte, nonché forniture alimentari. Poiché lo staff MSF non può più prendersi in carico i pazienti in condizioni critiche, non resta che indirizzare questi ultimi all’ospedale di El Fasher, distante circa otto ore di auto. Questi viaggi diventano molto pericolosi per le donne con complicanze ostetriche di emergenza, riducendone le possibilità di sopravvivenza. Attualmente Msf è in grado di garantire solo assistenza nutrizionale limitata, consulenze prenatali ed educazione sanitaria”, si sottolinea nella nota.

“Se non ci viene permesso di garantire l`approvvigionamento di farmaci e forniture mediche al nostro ospedale e ai piccoli centri sanitari, presto potrebbero scoppiare epidemie e aumentare i decessi di madri e neonati durante il parto, rischiando di raggiungere livelli di emergenza”, ha denunciato Alberto Cristina, responsabile delle attività di Msf. Nella regione, i tassi di mortalità materna sono piuttosto critici e lo scoppio di epidemie prevenibili e curabili, come la meningite e il morbillo, sono comuni quanto la malnutrizione, sottolinea l’organizzazione. Nella regione non ci sono servizi sanitari locali né altre organizzazioni internazionali che forniscono assistenza medica. Le più vicine strutture del Ministero della Salute sono a circa sette ore di auto, ma la mancanza di sicurezza della zona, il terreno montuoso e le strade in condizioni precarie, rendono l’accesso estremamente difficile. “Msf spera che la situazione possa essere risolta – ha aggiunto Cristina – l’organizzazione è pronta a riprendere le attività non appena verranno tolte le limitazioni al suo lavoro”. L’organizzazione chiede quindi al governo del Sudan di garantirle il supporto necessario a riprendere il lavoro svolto finora e fornire assistenza medica alla popolazione della regione.