di Giacomo Dolzani –
È stato firmato ieri a Doha, capitale del Qatar, un accordo tra il governo del Sudan e il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Jem) allo scopo di mettere fine alle ostilità e riaprire una fase di negoziati.
Il Jem è infatti uno dei movimenti, di ispirazione islamica che si è reso protagonista dei combattimenti nella regione del Darfur, vasta area desertica nell’ovest del Sudan, insanguinata da tre decenni di guerre, che la hanno fatta precipitare nella miseria più totale.
Per le grandi ricchezze celate nel sottosuolo infatti, principalmente il petrolio, è stata spesso al centro di conflitti tra le forze governative e i ribelli delle bande locali che, con il passare del tempo, si sono dati una discreta organizzazione.
Dopo la scissione del Sud Sudan infatti le più grandi riserve sudanesi di greggio si trovano proprio in quella zona e, data l’alta percentuale di influenza dell’attività estrattiva sul Pil nazionale, Khartoum ha impiegato finora tutte le sue forze per mantenere il controllo della regione, che però negli ultimi anni è sprofondata sempre più nel caos e nella violenza.
Ad una stabilizzazione della regione è molto interessata anche la Cina, che acquista dal 65% all’80% del petrolio prodotto giornalmente in Sudan e che costituisce l’8% delle importazioni di greggio di Pechino.
Proprio per questo, se non per raggiungere un accordo almeno per ottenere una tregua, i rappresentanti delle due parti in lotta, Ameen Hasan Omar, presidente dei negoziati per la pace in Darfur e una delegazione del Jem, si sono riuniti dal 17 al 22 ottobre per un vertice nella capitale del Qatar e hanno deciso di firmare una risoluzione della disputa, alla luce della Dichiarazione di Doha sul Darfur.
Per conoscere i tempi relativi all’attuazione di questa, probabilmente precaria, pace bisognerà però attendere il 25 ottobre, giorno in cui quest’anno cade l’Eid al-Adha, la festa islamica del sacrificio.

