di Enrico Oliari –
Sale la tensione fra Ankara e Damasco per l’aereo turco, un caccia F4, abbattuto venerdì scorso dalla contraerea siriana: in un’intervista alla televisione turca TRT Haber, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha affermato che i velivolo ”non era coinvolto in alcuna operazione contro la Siria ed era disarmato”. Il caccia, ha spiegato, è ”stato colpito a una distanza di 13 miglia dalla costa siriana” ed i militari di Damasco ”sapevano a che paese apparteneva l’aereo dalla sua sagoma, dai colori e dalla traccia di volo. In ogni caso, abbiamo le intercettazioni radio da cui emerge che sapevano che l’aereo era nostro”.
Il pilota, le cui ricerche sono in corso sia da parte dei turchi che dei siriani, era stato avvertito dai controllori di volo turchi dello sconfinamento, per cui, come ha continuato il ministro degli Esteri, “aveva virato ed è stato abbattuto dopo che aveva lasciato lo spazio aereo siriano. La Siria non ha avvertito il caccia e non ha ci ha contattato per avvertirci prima di abbattere l’aereo”.
Nonostante le pronte scuse di Damasco, l’abbattimento dell’aereo da guerra sempre più presentarsi come il ricercato casus belli per giustificare un prossimo intervento massiccio in Siria, tanto che il primo ministro Recep Tayyp Erdogan, seppure con la dovuta prudenza, ha già fatto intendere l’ipotesi di una richiesta di intervento alla Nato, di cui la Turchia è uno dei 28 componenti dal 1952.
Ne seguirebbe un’escalation del tutto imprevedibile: la Siria è infatti un paese di interesse russo, uno dei pochi rimasto legato a Mosca in un’ampia area in cui sono presenti basi militari statunitensi, tanto che nel porto siriano di Tartus sono attualmente presenti navi, mezzi e sistemi missilistici russi.

