C. Alessandro Mauceri –

“Quello passato è stato un anno devastante per chi difende i diritti umani e per chi soffre nelle zone di guerra”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, durante la presentazione dell’ultimo rapporto dell’associazione sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Un rapporto ricco di “numeri” interessanti.

Numeri come “centosessanta”, ovvero i paesi esaminati. O come “diciotto”, i paesi in cui sono stati commessi gravi crimini di guerra. Ma anche “sessantadue”: in barba alle lotte per i diritti umani e per i diritti civili sono ben sessantadue, più di un terzo dei paesi esaminati, quelli dove individui sono stati incarcerati solo perché esercitavano il proprio pensiero e la propria libertà. E ancora, 3400: tanti sono, secondo Amnesty International, i morti lo scorso anno, annegati nel mar Mediterraneo cercando di raggiungere l’Europa. E poi “settantotto”, i paesi in cui, ancora nel 2014, venivano criminalizzate le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. O “131”, più dell’80% del totale di quelli esaminati, i paesi dove sono stati registrati casi di torture o maltrattamenti. “93” (il 58%) sono i Paesi che dove si sono tenuti processi non equi. E si continua con “75” che è la percentuale dei Paesi dove la libertà di stampa è sottoposta a restrizioni (la moderna e civilissima Italia, lo scorso anno, è scesa di diverse posizioni in questa classifica).

Questi sono solo alcuni dei “numeri” del rapporto di Amnesty International. Numeri che, secondo gli autori, dimostrano che il 2014 è stato un anno di regressione sotto il profilo dei diritti umani.

In Medio Oriente, dove continuano senza tregua guerre e conflitti armati in Siria e in Iraq, nella striscia di Gaza, in Israele e in Libia, ma anche nello Yemen e in molti altri Paesi dove l’Isis si sta diffondendo a macchia d’olio.

Scontri armati e diritti umani dimenticati anche in molte nazioni dell’Asia. In Corea del Nord come in Thailandia, in Afghanistan come in Pakistan, in Myanmar come in altre regioni dell’Asia (a cominciare dalla Cina del boom economico): paesi dove nell’ultimo anno la situazione è peggiorata anche grazie all’impunità. Paesi dove aumenta la disparità di trattamento e la violenza contro le donne, il ricorso alla tortura, l’uso della pena di morte e la repressione delle libertà d’espressione. In molti stati vengono esercitate pressioni sulla società civile e i difensori dei diritti umani e dell’informazione sono minacciati o incarcerati. Crescono le intolleranze e le discriminazione religiose ed etniche. E tutto questo, sempre più spesso, con la complicità delle autorità o grazie alla loro indifferenza.

Anche in Africa nel 2014 non si sono placati gli scontri armati, alcuni dei quali durano ormai da decenni e senza che nessuno dica niente. Come in Ruanda che, proprio lo scorso anno, ha celebrato il ventesimo anniversario dell’inizio degli scontri. Ma violenti conflitti continuano ad insanguinare molti Paesi dalla Repubblica Centrafricana al Sud Sudan, dalla Nigeria alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sudan alla Somalia.

In Europa e nei paesi dell’ex Urss la situazione non è rosea. Lo dimostrano i recenti eventi in Ucraina. In Crimea la situazione è peggiorata. Ma anche in molti Paesi dell’Asia Centrale, come in Kazakistan, in Turkmenistan, in Uzbekistan, in Azerbaigian: tutti Paesi governati in modo dittatoriale o dove i diritti umani sono violati regolarmente. E la situazione peggiora sempre di più ogni giorno che passa.

Un quadro d’insieme tutt’altro che positivo, quello presentato da Amnesty International nell’ultimo rapporto. Un’analisi che contiene anche un’accusa chiara e palese: quella contro le Nazioni Unite, colpevoli di aver fallito la loro missione di protezione dei diritti civili. Secondo Amnesty International l’atteggiamento dei Paesi ricchi (non sempre privi di macchie anche profonde) è “ripugnante” soprattutto nei confronti dei rifugiati, il cui numero continua a crescere così come la spesa degli Stati per l’acquisto di armi e armamenti necessari per combattere guerre che quasi mai hanno un vincitore.

Secondo il rapporto molti Paesi “ricchi” intervengono nelle decisioni delle Nazioni Unite solo per usare il loro potere di veto “per promuovere i loro interessi politici e geopolitici”. Per questo, come ha detto in un comunicato stampa Salil Shetty, segretario generale dell’organizzazione, il Consiglio delle Nazioni Unite ha “miseramente fallito”.

Ma non basta. Lo ha fatto nascondendosi dietro un’aura di buoni propositi, come i Millennium Development Goals, gli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite. Dimenticando che i “numeri”, quelli veri, sono ben diversi dalle belle parole e i buoni propositi che riempiono i documenti “ufficiali” e che, dietro indicatori di crescita economica (come quelli che hanno fatto della Cina il più potente Paese industrializzato), spesso si cela una situazione che, anno dopo anno, continua a peggiorare.

E senza che nessuno faccia niente per migliorare concretamente questi numeri.