di Enrico Oliari –

“Se sei in possesso di proprietà che superano i 1000 franchi, quando arrivi in un centro di accoglienza è necessario che tu rinunci a quei beni in cambio di una ricevuta”: è quanto scritto in un documento informativo che si è iniziato a consegnare ai migranti che giungono in Svizzera, su decisione della Segreteria di Stato della migrazione (Sem).

Lo scopo è quello i contribuire alle spese di ospitalità e per la gestione burocratica delle domande di aiuto e di assistenza sociale. La Sem ha precisato in una nota che “se qualcuno lascia volontariamente il paese entro sette mesi dal suo arrivo, può ottenere i soldi indietro e portarseli via: altrimenti il denaro viene utilizzato per coprire i costi” di ospitalità.

La misura si affianca ad una già in atto la quale prevede che i migranti impiegati nel mondo lavorativo debbano restituire alla Confederazione la somma di 15mila franchi in 10 anni, attraverso la cessione del 10% dello stipendio, sempre per ripagare le spese di mantenimento nei primi mesi e per le pratiche burocratiche.

L’iniziativa della requisizione dei beni ha incontrato le proteste del mondo del volontariato che si occupa di accoglienza dei migranti, ma non rappresenta il primo caso in Europa: solo tre giorni fa in Danimarca il partito di centrodestra al governo della paese, il liberale Venstre guidato dal premier Lars Lokke Rasmussen, ha raggiunto un accordo con l’opposizione socialdemocratica per arrivare ad una nuova legge sull’immigrazione, è in fase di dibattimento in una specifica commissione e sarà al voto finale dei deputati il 26 gennaio. La proposta, sostenuta dagli xenofobi del Partito del popolo (Df), dall’Alleanza liberale e dal Partito popolare conservatore, prevede la possibilità per la polizia di sequestrare i beni di valore ai migranti per pagare i costi dell’ospitalità nei centri per rifugiati. Non potranno essere requisiti oggetti di valore ad uso personale o di importanza affettiva, come orologi, fedi nuziali e cellulari.

La cosa è assai controversa, tanto che la stampa Usa non ha lesinato critiche arrivando ad evocare lo spettro del nazismo.

Il governo si è difeso asserendo che già oggi se un danese vuole accedere ad un sussidio e possiede beni di valore superiori a 1.350 euro (10mila corone), deve prima venderli.

La legge prevede inoltre tempi più lunghi per il ricongiungimento famigliare, cioè fino a tre anni, come pure una stretta sui permessi di soggiorno.

Intanto la Baviera ha iniziato a respingere i migranti con i documenti non in ordine alla frontiera con l’Austria, dopo che nel solo 2015 sono transitati per il Land qualcosa come 1,1 milioni di siriani, pakistani e afgani. Dall’inizio del 2016 gli arrivi sono stati già 56mila.

Sempre più paesi dell’Unione Europea stanno reintroducendo i controlli alle frontiere per arginare il flusso dei migranti, anche perché l’impatto di una tale mole di arrivi non rappresenta un’emergenza solo nell’immediato: come ha spiegato lo svedese Morgan Johansson nel vertice del 6 gennaio, in quattro mesi sono giunti nel suo paese 26mila minori non accompagnati, cifra che si tradurrà in “mille classi scolastiche”. Nello stesso periodo – ha continuato – si sono registrati a Stoccolma 115mila casi di rifugiati, e “Non vogliamo che si ripeta”.

Sul tema è intervenuto oggi il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz, il quale, intervistato per La Stampa e Il Secolo XIX, ha avvisato che “Credere che la reintroduzione di controlli permanenti alle frontiere interne sia la soluzione all’emergenza migranti, o alla tutela della sicurezza, è un errore“. “Se accettiamo di mettere in dubbio i nostri diritti davanti alla minaccia del terrorismo – ha spiegato – allora abbiamo perso“.

“Senza la difesa dei confini esterni e la ridistribuzione dei rifugiati avremo problemi seri“, ha continuato Schulz, sottolineando l’importanza degli hot spot, cioè dei centri di smistamento di chi arriva in quanto beneficiario di protezione da chi arriva per motivi economici. Hot spot che ancora sono solo sulla carta, e che senza un piano per la ricollocazione, non funzioneranno.

Ha poi voluto ricordare che “Chi fa campagna contro Schengen tende a sottovalutare che si rischia di fermare anche la libera circolazione dei tir, cosa che costerebbe cara all’economia e non solo”.