di Enrico Oliari

Erdogan fa sul serio. Fino a poco fa era evidente il carattere filo-Isis della Turchia, tanto che attraverso il territorio turco sono passati migliaia di “foreign fighters” diretti in Siria ad ingrossare le fila dello Stato Islamico, cosa annotata da Notizie Geopolitiche nel febbraio 2014 con l’intervista al leader tunisino di Ansar al-Sharia Hassan Ben Brik, il quale aveva riferito in un’intervista al nostro giornale che “In Libia c’è il caos, organizzare campi di addestramento da quelle parti sarebbe impossibile per chiunque. Chi va in Siria passa per la Turchia, viene addestrato una volta entrato in Siria”.

Dal territorio turco sono passate armi, materiali, petrolio contrabbandato dallo Stato Islamico, e negli ospedali turchi sono stati assistiti i combattenti (chiamiamoli pure “terroristi”) feriti.

Come pure ha destato scalpore la freddezza dimostrata da Ankara per la battaglia di Kobane, città curdo-siriana resistita all’Isis, fino al recente arrivo attraverso il vicinissimo confine turco di miliziani, evidentemente lasciati passare dai militari attraverso la Turchia, un’impresa che si è comunque conclusa con il fallimento grazie alla reazione dei curdi.

Da mesi gli Usa e la comunità internazionale facevano pressioni sul governo di Ankara per un cambio di atteggiamento nei confronti dello Stato Islamico, fino a che lo scorso 20 luglio vi è stata la strage di Suruc, cittadina turca in cui sono rimasti uccisi 32 giovani attivisti turchi e curdi.

L’azione del kamikaze dell’Isis Seyh Abdurrahman Alagoz ha rappresentato l’occasione per il presidente Recep Tayyp Erdogan di cambiare registro, un casus belli quasi insperato che ha portato al repentino allungamento della barriera sul confine turco-siriano per un totale di 630 chilometri, e soprattutto ai raid aerei che in queste ore stanno centrando obiettivi dell’Isis in Siria; carri armati sono penetrati nel territorio siriano dopo che un militare è rimasto ucciso da uno sparo proveniente da oltre confine.

L’ufficio del premier Ahmet Davutoglu ha comunicato che nei raid di oggi degli F-16 sono stati distrutti “nascondigli, hangar, caverne e strutture logistiche piene di munizioni”, senza tuttavia scendere nei particolari. Lo stesso primo ministro ha anche precisato che “Abbiamo dato istruzione per una terza serie di raid aerei in Siria e in Iraq. Le operazioni aeree e terrestri sono attualmente in corso”.

L’azione della Turchia è comunque bipartisan, in quanto sono stati attaccati anche i curdi del Pkk, che per Ankara hanno da sempre rappresentato un nemico da abbattere, anche perché costituitisi in gruppi armati paramilitari, e Davutoglu ha reso noto che nella giornata di oggi sono state arrestate “590 persone legate a organizzazioni terroristiche (con riferimento al Pkk), le quali rappresentano un pericolo potenziale”.