di Enrico Oliari –
“Se vinco le elezioni non ci sarà nessuno Stato palestinese, ne’ alcuna concessione ai palestinesi e ne’ smantellerò gli insediamenti in Cisgiordania”: il rieletto (per la quarta volta) premier israeliano ha ribadito questo concetto in più occasioni durante la campagna elettorale. Una scelta di sicuro impatto comunicativo, che gli ha procurato i voti dei nazionalisti e soprattutto quello dei coloni, ma che ha freddato in un solo colpo anni di contrattazioni diplomatiche e soprattutto le speranze della comunità internazionale.
Un’impostazione che relega Israele all’isolamento, che lo allontana anche dagli alleati più classici, ma alla quale lo stesso Netanyahu non dà credito. Tant’è che “passata la festa, gabbato lo santo”, per cui già il giorno successivo alla tornata elettorale il premier è ricorso ad aggiustamento di tiri ed a equlibrismi degni di un funambolo. Precisando, ad esempio, di aver negato di aver fatto marcia indietro in merito alla “soluzione a due stati”, poiché “Non ho ritirato nessuna delle cose che ho detto nel mio discorso di sei anni fa in cui ho sostenuto una soluzione di uno stato palestinese demilitarizzato. Ho detto solo che le condizioni per questo, oggi non ci sono”.
Intervistato per la Bbc Netanyahu ha ribadito che gli Stati Uniti “non hanno migliore alleato d’Israele” e che “una soluzione pacifica e sostenibile con due stati” è ancora perseguibile. “Io non ho cambiato la mia politica, quella che è cambiata è la realtà”, ha aggiunto. Ed anche al New York Times ha precisato che “Non voglio una soluzione con un solo stato. Voglio una soluzione con due stati, pacifica e sostenibile. Ma per averla bisogna che cambino le circostanze”.
Incalzato sulle posizioni espresse prima del voto, il premier ha precisato che si riferiva “a quanto è realizzabile e quanto non è realizzabile. Noi vogliamo avere veri negoziati con persone impegnate per la pace”.
Ha quindi puntualizzato di essere “sicuro” di poter interloquire con il presidente Obama, dal momento che “Ci sono così tante aree su cui dobbiamo lavorare assieme agli Stati Uniti e il presidente, perché non abbiamo alternative”.
Tuttavia le uscite di Netanyahu non sono piaciute alla Casa Bianca. Barak Obama, che ha tutta l’intenzione di passare alla storia come il presidente che ha risolto la questione cubana, quella del nucleare iraniano e quella palestinese, già il 2 marzo si è rifiutato di incontrare il premier israeliano giunto negli Usa su invito dell’Aipac (American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby ebraica) e dei repubblicani per parlare contro l’accordo sul nucleare iraniano, o meglio, per farsi pubblicità elettorale. Anche il segretario di Stato John Kerry non lo aveva voluto vedere ed il suo ufficio aveva comunicato che “La pazienza del segretario di Stato non è infinita”, le relazioni fra i due paesi “sono salde”, ma “i giochetti politici con questo rapporto possono minare l’entusiasmo di Kerry come difensore d’Israele”.
Oggi a Washington si è consci che la riconferma dell’incarico a Netanyahu complica la soluzione della questione israelo-palestinese, al punto che Josh Earnest, addetto stampa di Obama, ha fatto sapere che la Casa Bianca sta ipotizzando di dare il proprio appoggio alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla “soluzione dei due stati”, basata sui confini del 1967 fra Israele e Palestina.
Si tratta di un radicale cambiamento di rotta, basti pensare che solo lo scorso 31 dicembre dello scorso anno, quindi poco più di tre mesi fa, gli Stati Uniti hanno posto il veto alla proposta di risoluzione presentata dalla Giordania e sostenuta dalla Francia in cui veniva chiesta “una giusta, durevole e globale soluzione pacifica” al conflitto israelo-palestinese con un ritiro israeliano ai confini del 1967 entro il 2017.
Si potrebbe arrivare, ad esempio, ad una mediazione che comporterebbe la cessione di territorio ai palestinesi in cambio dell’annessione delle maggiori colonie ebraiche in Cisgiordania.
Earnest ha inoltre fatto notare che non è piaciuto il fatto che Netanyahu abbia, il giorno del voto, avuto espressioni contro la sinistra “che porta gli arabi israeliani in autobus a votare”, ed ha informato che tali perplessità verranno quanto prima recapitate a Netanyahu.

