Ecuador. Gli investimenti fanno espandere i settore minerario: tensioni sociali e danni ambientali

di Giuseppe Gagliano

Il settore minerario ecuadoriano sta vivendo un’espansione senza precedenti, trainato dagli investimenti cinesi nel rame e nell’oro. I dati della Banca Centrale parlano chiaro: +10,7% di esportazioni tra fine 2024 e inizio 2025, per un valore che ha già superato 1,5 miliardi di dollari nei primi cinque mesi dell’anno. Per il governo di Daniel Noboa è un successo: più entrate fiscali, più attrattività per capitali esteri. Ma questo boom porta con sé una crescente dipendenza da Pechino, che oggi controlla progetti chiave come Mirador e, tramite acquisizioni recenti, anche Cascabel e Cangrejos.
L’espansione cinese in Ecuador non è un fatto isolato ma parte di una strategia globale: Pechino vuole assicurarsi l’accesso a materie prime strategiche per la propria transizione energetica e per l’industria tecnologica. L’Ecuador diventa così un tassello di una mappa che va dal rame cileno al litio boliviano, passando per il petrolio venezuelano. Questa penetrazione offre a Quito finanziamenti e tecnologia, ma anche un nuovo grado di vulnerabilità: la politica economica rischia di doversi adattare alle esigenze di un unico partner dominante.
La riapertura del registro minerario, chiuso per sette anni, ha l’obiettivo ufficiale di regolarizzare l’attività e ridurre l’estrazione illegale, ma ha scatenato proteste. Comunità indigene e ONG denunciano l’assenza di consultazioni preventive, violazioni dei diritti collettivi e impatti ambientali gravi: deforestazione, contaminazione da metalli pesanti, sgomberi forzati. L’episodio di Panantza-San Carlos, con lo sfratto della comunità Nankints e la successiva cancellazione della licenza ambientale da parte della Corte Costituzionale, mostra quanto il conflitto sociale possa rallentare i progetti e compromettere la legittimità dello Stato.
La corsa all’oro ha alimentato anche il lato oscuro del settore: estrazione illegale, violenza armata e infiltrazioni criminali. L’episodio di Orellana, con l’uccisione di undici soldati in un’operazione contro minatori illegali, segnala la crescente militarizzazione del problema. L’oro è inoltre un veicolo per il riciclaggio di denaro, rendendo il settore appetibile per reti criminali transnazionali.
Gli esperti suggeriscono di guardare all’esperienza del Perù, che ha introdotto meccanismi di consultazione obbligatoria e redistribuzione delle royalties, e dove i progetti più avanzati adottano energie rinnovabili e sistemi di trattamento delle acque. Per l’Ecuador, costruire un modello di sviluppo minerario sostenibile è cruciale per evitare che il boom si trasformi in una crisi sociale e ambientale.
La crescente presenza cinese consolida il legame Quito-Pechino e offre all’Ecuador una sponda diplomatica alternativa rispetto a Washington. Ma rischia anche di polarizzare il Paese, alimentando la narrativa di chi teme una perdita di sovranità sulle risorse strategiche. A lungo termine, l’Ecuador dovrà bilanciare gli investimenti esteri con la tutela delle comunità e la protezione dell’ambiente, pena il rischio di instabilità cronica.
Il boom minerario ecuadoriano è una scommessa sul futuro: può diventare un volano di crescita e modernizzazione, ma anche un fattore di conflitto se non accompagnato da istituzioni solide, regole chiare e rispetto dei diritti collettivi. La Cina ha colto l’opportunità e consolida la sua posizione come partner privilegiato, ma sarà Quito a dover decidere se trasformare questa dipendenza in un’occasione di sviluppo equilibrato o in un nuovo vincolo geopolitico.