di Paolo Menchi –
La miniera Fruta del Norte, gestita dalla canadese Lundin Gold, rimane il simbolo aurifero dell’Ecuador: nel 2024 ha raggiunto un record di produzione con 502.029 once d’oro. Sul fronte del rame, la miniera Mirador, amministrata da Ecuacorriente S.A., filiale del consorzio cinese CRCC-Tongguan, ha consolidato dal 2019 il ruolo del Paese come esportatore. Parallelamente avanzano i progetti Cascabel, a Imbabura, e Cangrejos, nella provincia di El Oro: il primo ha ottenuto nel 2024 investimenti per 750 milioni di dollari mentre nel 2025 la cinese Jiangxi Copper ha aumentato la propria quota azionaria. Nello stesso anno, la multinazionale China Molybdenum (CMOC) ha acquisito Lumina Gold, proprietaria di Cangrejos, per circa 421 milioni di dollari.
Questi movimenti confermano che la presenza cinese non si limita più a Mirador, ma si espande verso nuovi progetti strategici. A ciò si aggiunge la decisione del governo di Daniel Noboa.di riaprire il catastro minerario, rimasto chiuso per oltre sette anni. L’obiettivo ufficiale è ordinare il settore e frenare la crescita delle miniere illegali, diffusa in 18 delle 24 province. Tuttavia comunità indigene e organizzazioni ambientaliste hanno criticato la mancanza di garanzie su consultazioni preventive e standard ambientali.
La presenza cinese nel settore minerario è ormai inarrestabile. Oltre a Mirador, i progetti Panantza-San Carlos nella Cordigliera del Cóndor furono acquisiti da CRCC-Tongguan all’inizio dello scorso decennio. In queste zone, popolate dalla nazionalità Shuar, diversi rapporti hanno documentato sgomberi forzati, licenze irregolari e indebolimento delle salvaguardie sociali.
Il modello di investimento cinese evidenzia criticità: pressioni per accelerare opere, consultazioni superficiali e compensazioni limitate. Organizzazioni comunitarie avvertono che tali pratiche minano la fiducia nello Stato e alimentano conflitti. Diversi studi hanno denunciato casi di inquinamento e sgomberi forzati, soprattutto a Tundayme. La Costituzione del 2008 ha riconosciuto la natura come “soggetto di diritti”. Sentenze storiche della Corte Costituzionale, come i casi Sinangoe e Los Cedros, e decisioni della Corte Interamericana hanno rafforzato la protezione dei territori indigeni e delle aree intangibili, come nel caso dei Tagaeri e Taromenane. Tuttavia, il divario tra la legge e la realtà rimane ampio, soprattutto di fronte a pratiche estrattive che ignorano consultazioni e standard ambientali.
Un’emergenza parallela è rappresentata dalle miniere illegali. Tra il 2017 e il 2024, immagini satellitari hanno registrato oltre 1.700 ettari di foresta distrutti nella sola Amazzonia, specialmente a Napo. Nel 2024 analisi mediche hanno rilevato metalli pesanti nel sangue di comunità kichwa, collegati all’attività mineraria. La violenza non è da meno: nel maggio 2025, undici militari sono stati assassinati in Orellana durante un’operazione contro l’estrazione illegale, un attacco attribuito a dissidenze armate legate al traffico d’oro.
L’oro, infatti, è sempre più associato al riciclaggio di denaro: la sua alta domanda, il valore concentrato e la difficoltà di tracciarne l’origine lo rendono ideale per occultare denaro illecito.
L’Ecuador si trova davanti a un bivio: è ricco di oro e rame, ma fragile sul piano istituzionale. L’avanzata cinese mostra che senza una preventiva consultazione con le popolazioni locali, standard ambientali solidi e benefici concreti per le comunità, lo sviluppo dell’industria mineraria si traduce in conflitto. La sfida è garantire che le regole si applichino a tutti gli attori siano cinesi, canadesi o locali e che le risorse minerarie generino reddito senza distruggere territori, comunità locali ed ecosistemi.












