di Giuseppe Gagliano –
La chiusura dei negoziati tra Stati Uniti ed Ecuador per un accordo commerciale reciproco non è solo una notizia economica: è una tessera della strategia americana in America Latina. L’intesa, che dovrebbe essere firmata a breve, punta formalmente a rafforzare e riequilibrare le relazioni economiche. Ma la parola chiave è proprio “riequilibrare”: nel lessico commerciale statunitense significa ridurre asimmetrie percepite, aprire mercati altrui e rendere prevedibile il quadro normativo per le imprese americane.
Il punto di partenza sono i dazi fino al 15% imposti progressivamente dal 2025 sui prodotti ecuadoriani. Prima al 10%, poi al 15%, con alcune eccezioni per beni sensibili come banane e cacao. La leva tariffaria ha funzionato come strumento negoziale classico: pressione prima, apertura poi. Washington alza il costo di accesso al suo mercato e usa quel costo per ottenere concessioni. Non è una novità, ma una prassi che con Trump è diventata metodo dichiarato.
Il rappresentante commerciale statunitense presenta l’intesa come piattaforma per prosperità, investimenti e diversificazione degli scambi. Parole che fanno parte del repertorio standard. Ciò che conta di più sono le concessioni concrete. Quito, secondo il quadro negoziale emerso, ridurrebbe o eliminerebbe dazi su settori strategici per gli Stati Uniti: macchinari industriali, prodotti sanitari, tecnologie dell’informazione, chimica, motori e comparti agricoli. In cambio ottiene un alleggerimento del fronte tariffario americano e una maggiore stabilità nell’accesso al mercato USA.
È un classico scambio tra accesso e regole. Gli Stati Uniti aprono il loro mercato in modo selettivo; l’Ecuador apre il proprio in modo strutturale. La differenza di peso economico tra i due partner fa il resto: per Washington l’Ecuador è un mercato tra molti; per Quito gli Stati Uniti sono il mercato.
Un capitolo interessante riguarda le cosiddette barriere non tariffarie. Qui il commercio entra nella sovranità normativa. Washington chiede che non vengano limitati certi termini legati a prodotti come formaggi o carni, tema che in altri contesti ha toccato le denominazioni e le etichettature. Sembra tecnico, ma non lo è: significa influire su standard, definizioni e protezioni di mercato. In altre parole, sulle regole del gioco.
Allo stesso modo, l’impegno ecuadoriano a non adottare tasse digitali discriminatorie verso aziende statunitensi e a sostenere una moratoria permanente sui dazi alle trasmissioni elettroniche all’Organizzazione mondiale del commercio va nella direzione di un ecosistema digitale favorevole ai grandi attori tecnologici. Anche qui, la partita non è solo fiscale: è industriale e strategica.
L’Ecuador si impegna anche a vietare importazioni legate al lavoro forzato e ad adottare standard ambientali più stringenti: sussidi alla pesca, governance forestale, contrasto al disboscamento illegale e al traffico di fauna. Sono capitoli che rispondono a una doppia logica. Da un lato migliorano l’immagine etica dell’accordo; dall’altro possono ridisegnare le catene di approvvigionamento, spingendo l’Ecuador a riorientare forniture e partner commerciali. Anche questo è commercio geopolitico: scegliere con chi fare affari significa anche scegliere da chi dipendere meno.
I numeri raccontano una realtà meno lineare. Nel 2024 l’Ecuador registra un deficit commerciale complessivo con gli Stati Uniti di oltre seicento milioni di dollari. Ma se si toglie il petrolio, il saldo diventa positivo per Quito. Questo dato è cruciale: mostra quanto il settore energetico pesi sugli equilibri e quanto il commercio non petrolifero sia invece competitivo. L’accordo può quindi servire a consolidare proprio quei settori dove l’Ecuador ha capacità esportativa, riducendo la vulnerabilità legata agli idrocarburi.
Letto in chiave più ampia, l’accordo segnala il tentativo statunitense di rafforzare la propria presenza economica in America Latina in una fase di competizione con altri attori globali. Offrire accesso al mercato americano resta uno strumento di influenza potente. Per Paesi come l’Ecuador, attrarre investimenti, stabilizzare le esportazioni e ottenere prevedibilità commerciale è una necessità politica interna oltre che economica.
Daniel Noboa presenta l’intesa come opportunità per chi lavora e produce. È un messaggio rivolto alla società ecuadoriana, dove crescita, occupazione e sicurezza economica sono temi sensibili. Gli accordi commerciali diventano così strumenti di politica interna: promettono sviluppo, ma vincolano anche a scelte di lungo periodo su regole, standard e allineamenti.
In superficie è un accordo su dazi, standard e investimenti. In profondità è un esercizio di posizionamento. Gli Stati Uniti mostrano che la leva commerciale resta parte della loro politica estera. L’Ecuador sceglie di agganciarsi a quel mercato per stabilizzare la propria traiettoria economica.
Il commercio, qui, non è neutro. Disegna dipendenze, orienta riforme, crea incentivi e limita alternative. L’accordo USA-Ecuador racconta proprio questo: in un mondo di competizione economica, anche una trattativa sui motori o sulle banane parla, in realtà, di potere. E chi firma sa che non sta solo scambiando merci, ma quote di sovranità economica contro accesso e prevedibilità. È il compromesso tipico dei Paesi medi: meno margine di manovra, in cambio di più stabilità. E in tempi incerti, la stabilità diventa merce preziosa.












